Il Catania, il sindaco Bianco e la legge di Murphy (con modesta proposta per l’immagine della città)

Non è stata una bella settimana, per noi tifosi del Catania. Non è mai bella, una settimana che inizia con una sconfitta: specialmente quando si è cominciato a illudersi di essere molto più forti degli altri. La vittoria di oggi contro il Martina Franca – che sembrava comoda dopo il 2 a 0 del primo tempo, assicuratoci dai gol di Calil e Calderini; che ci era apparsa ormai impossibile quando, rimasti noi in dieci per un’espulsione assai severa, gli avversari avevano facilmente pareggiato; che è infine arrivata insperata, e perciò ancora più bella, grazie a un altro gol di Calil – ci restituisce dunque un sorriso da indossare nei sette giorni a venire; scioglie l’amaro che non abbiamo fatto che masticare, tutti noi che affidiamo i nostri umori all’aleatoria traiettoria d’un pallone, fin dalla brutta serata di Caserta.

Del resto c’è chi, quest’ultima settimana, se l’è passata molto peggio di noi. Pensate al sindaco Bianco, che in sette giorni ne ha viste più di Paperino in un anno di storie a fumetti; non solo dando conferma della ben nota legge di Murphy secondo cui se qualcosa può andar male lo farà; ma fornendo perfino qualche prova in favore dell’inquietante sua variante relativistica (tutto va male nello stesso tempo).

È iniziato tutto quando Bianco – probabilmente scosso dalle critiche che l’hanno investito, insieme all’assessore Licandro, per essersi fatto fotografare a troppo breve distanza dalla discoteca Empire, non molto tempo prima che la stessa venisse chiusa per mafia – ha pensato, per una sorta d’ipercorrettismo, di prendere le distanze perfino dalla protezione civile, rimproverandole l’eccessiva prudenza con cui, negli ultimi mesi, ci ha inondato di allerta meteo. Forse il sindaco aveva dimenticato cosa ci insegna, sempre in ambito murphologico, la settima variante di Zymurgy: quando piove, diluvia. Sta di fatto che, non appena a Giove Pluvio è arrivata l’eco delle sue rassicuranti parole, l’allerta arancione s’è colorato di tinte rossocupe, i crateri dell’Etna hanno preso a eruttare acqua piovana e le scaffe che ordinariamente abbelliscono le nostre strade hanno assunto l’aspetto di voragini da Inferno dantesco.

E fosse solo questo. A conferma dell’assunto (legge di Murphy sulla termodinamica) che sotto pressione le cose peggiorano, il sindaco ha nello stesso tempo avuto il dispiacere di leggere dell’inchiesta giudiziaria Dama nera, che naturalmente non lo coinvolge, ma che è costata i domiciliari a un suo vecchio assessore, Mimmo Costanzo: imprenditore sulla cui immagine di efficienza e pulizia il buon Enzo aveva a suo tempo molto puntato. Non so, tuttavia, quanti giri di orologio abbia avuto Bianco a disposizione per dolersi di questi eventi: mentre essi si accavallavano, infatti, il primo cittadino era impegnato a fornire conferma sperimentale al principio murphologico noto come legge di Cornuelle: l’autorità tende ad assegnare lavori ai meno capaci di svolgerli. Il sindaco, infatti, si è presentato alla stampa per illustrare il nuovo logo della città, promettendo all’universo mondo, all’unisono con i creativi da lui scelti, un’immagine giovanile, fresca e quasipittorica. Epperò, al momento di scoprire il telone, non ha saputo esibire all’Orbe null’altro che questo coso qua.

Ora, io non mi unirò qui al coro di chi prende in giro il sindaco e l’ideatore del logo, o di chi critica quest’ultimo, addirittura, per non essersi fatto pagare. Io, tifoso mille volte tradito da stuoli di mercenari strapagati, ho il massimo rispetto per chi offre gratis agli altri il proprio contributo creativo. Tanto rispetto che – ho pensato – adesso un logo aggratis lo disegno anch’io. Un logo che non sarà giovane, né fresco, e forse nemmeno quasipittorico, ma almeno fa pensare a uno dei più bei simboli della città: l’araba fenice che spiega le sue ali sopra porta Garibaldi, altrimenti nota come u futtinu.

Al volatile, come è noto, si associa la scritta latina melior de cinere surgo: stupenda epigrafe per una città condannata ad essere ciclicamente devastata, e sempre ostinatamente votata a rinascere. Di scritte ne metterei un’altra, però, un po’ più attuale. Che, senza contraddire l’obiettivo di vederci ancora risorgere dalle miserie in cui siamo precipitati, spieghi a Catania (o almeno a un pezzo di essa) come imboccare la via da cui si risale. Che rifletta l’anima di quella parte di città che vive rispettando le regole, non coltiva la provincialissima convinzione che furbizia sia sinonimo di intelligenza, e quindi non pensa affatto che essere onesti significhi essere fessi. Una frase che possa indicarci  – meglio ancora se in elegante latino – un preciso percorso di ricostruzione e di riscatto. 

Quale frase? Io direi questa qua.


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