I (troppi) suicidi in carcere e i progetti per ricominciare «Serve evitare che la morte sia l’unica libertà possibile»

Almeno undici detenuti si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno in Italia, uno in meno di quattro giorni nell’ultimo mese e mezzo. Due in Sicilia in pochi giorni. Mercoledì un 25enne si è ucciso nella sua cella di isolamento all’Ucciardone di Palermo dopo una condanna definitiva per alcune rapine. Per lui l’ex avvocato aveva presentato delle istanze per una perizia psichiatrica. Tre giorni dopo, nello stesso istituto penitenziario, ci ha provato un 31enne che ora è in ospedale in condizioni critiche. Ieri poi una 29enne che si trovava in custodia cautelare nel carcere di Gazzi a Messina si è tolta la vita dopo avere incontrato il gip per la convalida del fermo. Nel 2020 ci sono stati stati 61 casi di suicidio tra le sbarre, 54 nel 2021. Un’emergenza che ha radici lontane: nel sovraffollamento degli istituti penitenziari, nella difficoltà di farsi carico del disagio psichico e della malattia psichiatrica e nell’assenza di un futuro oltre le sbarre. Nell’ultimo periodo, però, qualcosa si muove sull’Isola. 

«Ci sono tantissimi casi di detenuti, soprattutto giovani tra i 20 e i 35 anni, che avevano già problemi di salute mentale anche certificati – è il commento di Pino Apprendi, presidente dell’associazione Antigone Sicilia – prima di finire in carcere e chiuderli tra quelle mura significa ancora assegnarli a un destino senza soluzione. È triste dirlo ma si tolgono la vita per tornare in libertà: in carcere non vedono nessuna luce perché non c’è un sistema penitenziario adeguato». Alcuni di loro in quelle celle non dovrebbero nemmeno starci per via delle patologie e, una volta dentro, si ritrovano a fare i conti con una sanità che spesso non è all’altezza. «E la politica – lamenta Apprendi – è molto distratta. Di recente, per esempio, l’Asp di Palermo ha tolto 80mila euro dal piano sanitario penitenziario per assegnare due incarichi a psicologici nel campo dell’Alzheimer». E questo in una situazione in cui in carcere per fare una visita specialistica le persone devono aspettare mesi e ricevere un medicinale è spesso un problema. 

Tra le realtà che stanno provando a costruire un ponte tra dentro e fuori c’è la cooperativa l’Arcolaio che da anni porta avanti l’attività del biscottificio (con il marchio Dolci evasioni) all’interno del carcere Cavadonna di Siracusa e che, di recente, ha dato vita al progetto Fuori. «Il nome ne indica già la direzione – spiega Sebino Scaglione di Passwork che è partner del progetto – Bisogna confrontarsi con il dramma di chi esce e si trova da solo ad affrontare il percorso di reinserimento nella società». Ed è questo l’obiettivo per cui, dopo un periodo di formazione, dieci persone in esecuzione penale esterna saranno inseriti in aziende del territorio tramite dei tirocini formativi. «La novità – sottolinea Scaglione – è che abbiamo chiesto anche alle aziende di scommettere sul progetto: noi finanziamo i primi tre mesi, e gli altri tre li finanziano loro sicuri di avere a che fare non solo con il detenuto o l’ex detenuto ma anche con noi che faremo da tutor». Un progetto che dovrebbe diventare un modello da replicare. Per questo «stiamo lavorando per creare un’agenzia che metta in rete i distretti socio-sanitari, l’Asp, i Comuni e gli enti del terzo settore per diventare un punto di riferimento nella fase del reinserimento». 

In questa stessa direzione va il progetto dell’associazioneYairaiha, che dal 2006 è attiva in tutta Italia nella difesa dei detenuti, che ha deciso di inaugurare nell’Isola i primi tre esperimenti di sportelli territoriali di supporto per gli abusi subiti dalle persone in carcere. «L’esigenza è nata perché la dimensione dei detenuti non è avulsa dal mondo e non può essere considerata tale», spiega il portavoce della sezione etnea dell’associazione, Fabrizio Cappuccio. Gli sportelli saranno uno a Palermo (in via Scipione di Castro 36, nella sede del Comitato territoriale Cipressi), uno a Catania (in via Villa Gloria, 50) e uno nel Siracusano a Lentini (in via Dei Vespri 13, nella sede del Comitato territoriale Antudo). «Daremo alle famiglie dei detenuti un supporto non solo burocratico per le istanze e per segnalazioni di abusi e violenze, ma anche alimentare ed economico – afferma Cappuccio – anche perché spesso detenzione e povertà sono legate». 


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