I Santapaola della stazione, condanne nel processo bis Giovani leve che volevano rispetto «sparando in faccia»

Quasi un secolo di carcere per i nuovi volti della mafia catanese. Coinvolti nell’inchiesta Reset e protagonisti del processo d’appello bis nato dopo il rinvio della corte di Cassazione. Sotto la lente d’ingrandimento il gruppo dei Santapaola-Ercolano attivi nel territorio compreso tra la stazione centrale di Catania, viale Libertà e corso dei Martiri. Un triangolo che avrebbe avuto come vertice il boss Pippo Zucchero (processo con giudizio immediato). L’indagine, scaturita in un blitz della guardia di finanza nel novembre 2013, aveva preso il via da alcune intercettazioni in carcere del padrino. All’epoca dei fatti detenuto tra Ancona e il penitenziario di Bicocca. In quel contesto emergeva il profilo del figlio Benedetto, condannato a 11 anni e 10 mesi, e del genero Cristofaro Romano

Il processo di primo grado si era concluso a dicembre di cinque anni fa. Facendo emerge le ambizioni del clan. Come emerso durante un’intercettazione ambientale in cui si dicevano pronti a cominciare a sparare in testa per guadagnarsi il rispetto. «Spariamogli nella faccia. Ci vogliono tre minuti e poi escono sui giornali e dicono: “Minchia a Catania ci sparano in faccia alle persone“».

Decisiva, per mettere uno dopo l’altro i nomi degli affiliati, si era rivelata una cimice, inserita dagli investigatori nei sedili della macchina a noleggio di Romano. Ascoltando la sua voce gli inquirenti delinearono i rapporti con gli altri gruppi, come quello della Civita guidato da Giovanni Nizza detto banana, ma anche alcuni riunioni. Una di queste, per esempio, si era svolta in un centro scommesse lungo via Plebiscito. Il gruppo della stazione, oltre a usura e recupero crediti, si sarebbe occupato di sostanze stupefacenti. Con una piazza di spaccio al chiuso, all’interno della sala giochi Katanè in via de Branca

Gli introiti maggiori però sarebbero stati quelli provenienti dal pizzo. Tra le vittime un uomo originario del Marocco, titolare di un bazar all’ingrosso nei pressi dei parcheggi riservati agli autobus. Ma anche un bar, anche questo vicino la stazione, che avrebbe versato il denaro per il mantenimento degli affiliati in carcere. C’è poi la vicenda della società Igm Ambiente di Giulio Dessena Quercioli. A gestirla per anni, secondo gli inquirenti, è stato Bruno Cavarra – lo «zio Bruno», come veniva chiamato – incensurato e autista della società siracusana che si occupa di smaltimento rifiuti. L’uomo avrebbe fatto da tramite con Cristofaro Romano per i versamenti del pizzo da cinquemila euro al mese

Le condanne:
Alessandro Albergo: 8 anni e 6 mesi
Alessandro Vella: 7 anni e 2 mesi
Orazio Bonfiglio: 11 anni, 5 mesi e 10 giorni
Francesco Faro: 7 anni e 8 mesi
Marco Arena: 9 anni e 10 mesi
Sebastiano Caruso: 4 anni e 10 mesi
Benedetto Zucchero: 11 anni e 10 mesi
Francesco Liberato: 11 anni e 10 mesi
Davide Giuseppe Silverio: 20 anni


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