I meridionali fanno puzza? Ma i loro soldi, no…

In questi giorni tiene banco nel dibattito sulle testate giornalistiche politico-culturali la presentazione del libro di Ciriaco De Mita dal titolo: “La storia d’Italia non è finita”. L’occasione per riflettere, ancora una volta, sull’unità d’Italia.

Siamo rimasti colpiti, tanto per entrare subito in argomento, dall’intervista del giornalista della Rai, Giampiero Amandola, dipendente di un servizio pubblico pagato con i soldi dei contribuenti. A un certo punto, Amandola dice: “Negli stadi italiani i tifosi napoletani si riconosco dalla puzza”.

A questo punto, sarebbe più esatto dire che la “Storia d’Italia non è mai cominciata”. Siamo ancora al punto di partenza, allorquando Massimo Taparelli, marchese D’Azeglio, che fu Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna ed esponente della corrente liberal-moderata ebbe a dire retoricamente ed enfaticamente: “Fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani”. (a sinistra, foto tratta da patriotibriganti.blogspot.com)

Altro che Italia e fare gli italiani! Si tratta, infatti, a ben vedere, di quello stesso Massimo d’Azeglio il quale, in una lettera inviata il 17 ottobre del 1860 a Diomede Pantaloni e contenuta in un carteggio inedito del 1888, tra le altre cose così testualmente scriveva: “In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura, è come mettersi a letto con un vaioloso”.

Questo era l’edificante concetto di Unità d’Italia, e che tuttora persiste da parte di alcuni: e buon ultimo il nostro Amandola.

Diciamolo: dagli anni di D’Azeglio sino ai nostri giorni, per 150 anni, abbiamo ascoltato una lunga scia di improperie e di teorizzazioni razziste ed antimeridionali, passando per Cesare Lombroso ed altri, e in special modo nei confronti dei napoletani e dei siciliani.

Non molto tempo fa Matteo Salvini, proconsole leghista sempre distintosi per rigurgiti razzisti ed antimeridionali – e in tredicesima degno erede e discendente di Massimo D’Azeglio – a Pontida, in una festa del suo partito, la lega Nord, con altre camice verdi e con il vino che scorreva a fiumi, così si ritrovava a cantare in coro con i suoi degni sodali: “Senti che puzza, scappano anche i cani, sono tornati i napoletani, sono colerosi e terremotati, con il sapone non si sono mai lavati”.

E’ proprio quello che affermava e pensava 151 anni fa il piemontese Massimo Taparelli marchese d’Azeglio che, turandosi il naso, voleva fare gli italiani. Ed oggi degno e coerente continuatore dei due, avendo appreso bene la lezione, delle teorie di D’Azeglio e di Salvini si è dimostrato il buon Giampiero Amandola quando, l’altro giorno, nella sua ‘intelligente’ intervista, in occasione della partita Juventus-Napoli, argomentava sulla puzza con la quale gli sportivi napoletani si riconoscono negli stadi italiani. (a destra, foto tratta da gazzettadelsud.it)  

La puzza dei meridionali e dei napoletani che ha infastidito nel passato e infastidisce oggi questi emeriti signori del Nord, i quali, però, mai si sono fatti un problema della puzza dei soldi e delle ricchezze che hanno sempre rapinato e depredato a spese del Sud.

Ricchezze e rapine, sin dal tempo di Garibaldi, perpetrate a danno del Sud con i saccheggi del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli operati dal nizzardo e sino ai nostri giorni per cui, ad oggi, in Sicilia non esiste più un istituto di credito siciliano essendo calate con la loro presenza le banche del Nord a drenare i risparmi dei siciliani per reinvestirli al Nord.

E in questo caso, come dicevano i romani. Pecunia non olet, perché, al contrario dei siciliani e dei napoletani, i soldi dei meridionali, in questo caso, non fanno assolutamente puzza. Anzi.

 


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