Give me! Give me!

Guarda sono di un’incazzatura unica! Questi africani sto proprio iniziando a non sopportarli più! Ti spiego meglio.

Come sai, abbiamo organizzato dei corsi per i ragazzi della parrocchia ed esattatamente quattro: Batik, Agricoltura, Carpenteria e Intreccio (per fare i cappelli, le stuoie e i cesti: figo questo!).

Prima di partire per il Safari abbiamo organizzato il tutto facendo anche due seminari, uno con i leaders e uno con i ragazzi, in modo da poter coinvolgere più gente possibile e creare una sorta d’interesse generale. I corsi sono a pagamento, giusto una cifra simbolica (il più expensive costa circa 80 cent di euro al mese), perché i ragazzi capiscano che stiamo offrendo loro un’opportunità per imparare qualcosa e che devono impegnarsi dando anche un piccolo contributo che verrà reinvestito in corsi successivi.

Quindi noi, Caritas, mettiamo a disposizione tutto il materiale necessario (che è tanto e costoso) e gli insegnanti (pagandoli ad un prezzo più che moderato). Non solo, offriamo ai ragazzi la colazione per tutta la durata dei corsi e l’opportunità di dormire nei locali della parrocchia a tutti coloro che vengono da lontano e che, di conseguenza, non possono viaggiare giornalmente.

E fin qui penso che già il nostro grado di generosità, nonché di volontà di creare un’input di cambiamento, sia già abbastanza alto!

Seguendo un po’ i ragazzi stamattina ho notato in loro un serio interessamento e davvero tanto entusiasmo fino a che non è arrivata l’ora della chakula (il pranzo).

Abbiamo riunito tutti i corsisti presso la conference room (una catapecchia!) per dargli alcune informazioni fino a che il parrocco rivolgendosi a me dice: “Allora con il cibo come facciamo?”. Al ché lo guardo e rispondo: “Padre,avevamo già deciso di dare loro solo la colazione, o sbaglio?”. E lui: “Si, ma bisognava avvertirli prima di modo che avessero avuto il tempo di provvedere al cibo! E poi loro sapevano che voi avreste provveduto anche ai pranzi e alle cene.”

Insomma,tutta la discussione,che è poi degenerata in una semi rivolta studentesca, si è incentrata su questo maledetto cibo per colpa di quello “NGRUE” (maiale) di John, il viceparrocco, che durante l’ultimo giorno del seminario(cioè 20 giorni fa) ha detto a questi bei giovanotti che avrebbero magnato e bevuto a volontà a spese della Caritas!

E questo ovviamente non è assolutamente vero perché nessuno di noi tre (io, Camilla e Federico) ha mai uscito fuori questo discorso. Lui, gran pezzo di stronzo che non è altro, s’è approfitato del fatto che noi non capiamo una parola di kiswahili e tranquillamente in nostra presenza ha detto quello che non doveva dire.

Non puoi capire quello che è successo. I ragazzi hanno iniziato a sbruffare e a reclamare: Cibo, Cibo! Chissà a cosa avranno pensato:”Ma tu guarda questi wazungu (bianchi) che vengono nei paesi del terzo mondo per aiutarci e ci lasciano morire di fame!”.

Comunque il succo di tutta questa premessa è che non capisco a questo punto se i ragazzi siano venuti perché veramente interessati a imparare un mestiere, o perché per almeno 3 mesi avranno pensato di fare “la bella vita”. Fatto sta che sono tornati tutti a casa, anche quelli che sarebbero dovuti rimanere a dormire qui, perché vogliono pensarci bene.

Quello che penso, e che anche tu potresti facilmente intuire da quanto hai letto fin’ora, è che questi africani sanno solo chiedere: in sostanza “su ddumanneri!”. E questa è una cosa che ho notato spesso e volentieri. Tutti quanti,dal poverello al commerciante, appena vedono un Mzungu non fanno altro che dire: “give me, give me!”.

Tanto per portarti un’esempio reale,ieri andando al mercato mi sono ritrovata, come di consueto, circondata da una bolgia di ragazzini e uno di loro prendendomi per mano ha cercato di sfilarmi l’anello dal dito:ti rendi conto? Ma tornando al nostro discorso, posso dire che la faccenda è seria e alquanto critica. Dio Santissimo, come fai a fare volontariato, cooperazione, progetti di sviluppo e quant’altro si possa immaginare per aiutare questa gente se loro non capiscono il senso del tuo aiuto?

O fino adesso il grande mondo della cooperazione ha sbagliato in qualcosa nel suo operato, “educando” questa gente in modo sbagliato, oppure gli africani sono per natura così e nessuno può farci niente. Onestamente parlando, opto per la prima ipotesi, e tu?

Ci sono un sacco di cose che rendono perplessa. Ora che ci penso, ricordo che durante i seminari uno dei “facilitetors” mi ripeteva continuamente che si sentiva inferiore alla razza bianca. Dico, ci vuole coraggio a dire una cosa del genere,e poi lui è addirittura uno che lavora per il governo della Tanzania: se lui ha tutta questa sottostima di sé, figuriamoci quelli che poveracci muoiono davvero di fame!

Non so che pensare, sono abbastanza confusa perché non capisco se questa sua affermazione è nata veramente da un profondo senso d’inferiorità o da un tentativo implicito di indurmi ad avere compassione di lui spingendomi ad aiutarlo dandogli qualcosa: è qui ritorno all’eterno “give me, give me, Mzungu!”.

Perché se così fosse, cioè se veramente questi africani pensano che il fatto di essere un bianco ti obbliga a dare al nero perché la natura, o chissà quale altra cosa secondo le loro teste, ha dato tanto al bianco e niente al nero, cammiamo proprio sul sentiero sbagliato. E vai a cambiarla la testa delle persone!
(…)

————
Nota di redazione.

Il testo completo della lettera di Valentina verrà immesso sul BLOG “African-do”.

Intanto c’è una buona notizia. Il 16 aprile Valentina è tornata a scrivere:

“Riguardo ai corsi, devo rimangiarmi un paio di cose. I ragazzi sono venuti e tutti, pagando anche. Sono davvero contenta perché sono veramente interessati ad imparare e soprattutto credono in quel che stanno facendo. Però è anche vero che quello che ho scritto ha la sua verità di fondo. (…) Io scrivo ogni qualvolta ne sento il bisogno e tutto ciò che mi passa per la testa. Sai che mi piacerebbe fare invece? Rispondere ai commenti. Potrebbe essere un modo per conoscere meglio l’Africa partendo proprio dai commenti, domande e curiosità dei lettori. E poi potrei anche trovare la giusta spinta per proseguire la mia vita qui a Kasumo”.


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