Gela, mogli gestivano il potere dei mariti detenuti Tra droga ed estorsioni anche per pagare il fioraio

Gli ordini partivano dal carcere e venivano eseguiti da chi stava fuori, con la supervisione delle consorti. Sta in questo sistema di gestione e perpetuazione del potere criminale il cuore dell’inchiesta Donne d’onore, condotta dai carabinieri sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta. 

Sette le misure cautelari eseguite a Gela. Disposta la detenzione in carcere per Nicola Liardo, 43 anni; Salvatore Crisafulli, 39 anni; Giuseppe Liardo, 20 anni, e Salvatore Raniolo, 27 anni. I primi due erano già detenuti. Arresti domiciliari, invece, per Monia Greco, 40 anni, e Maria Teresa Chiaramonte, 44 anni. Le due sono rispettivamente la moglie di Nicola Liardo e la compagna di Crisafulli. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, erano loro a fare da tramite tra i partner e il mondo esterno. Infine, il gip ha previsto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per Dorotea Liardo, figlia 22enne di Nicola e sorella di Giuseppe. I reati contestati sono di associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, estorsione aggravato dal metodo mafioso e danneggiamento con colpi di arma da fuoco.

La famiglia Liardo è legata a Cosa nostra, e nello specifico alla famiglia gelese degli Emmanuello. L’inchiesta, coordinata dalla procuratrice aggiunta Lia Sava, è iniziata nel 2015 dopo alcuni danneggiamenti a colpi di arma da fuoco. Le intimidazioni sarebbero seguite ad alcuni debiti non saldati legati allo spaccio di droga. Starebbe, infatti, proprio nella gestione degli stupefacenti a Gela, una delle principali attività criminali della famiglia Liardo, con Nicola che in carcere avrebbe legato con il compagno di cella Crisafulli. L’approvvigionamento avveniva a Catania, tramite il giovane Liardo che veniva istruito dalla madre. Il 20enne comprava la droga dalla compagna di Crisafulli, conosciuta con il nome di Mary, e poi la immetteva nel mercato locale grazie anche al contributo di Raniolo.

A finire nelle indagini, che hanno riguardato anche l’intercettazione di circa 40 utenze telefoniche, anche alcune estorsioni a imprenditori locali. In un caso la vittima sarebbe stata costretta ad assumere il giovane Liardo, con l’obiettivo di ottenere una pena alternativa al carcere minorile. Il 20enne avrebbe avuto a disposizione anche un’arma, usata per effettuare i danneggiamenti e le intimidazioni. 

Il ragazzo avrebbe agito con un notevole grado di autonomia: «Durante il tragitto compiuto per comprare la droga è capitato che la usasse direttamente o la regalasse agli amici – hanno spiegato gli investigatori in conferenza stampa -. Ciò ha causato un debito alla famiglia di circa cinquemila euro. Ma il giovane operava estorsioni anche per tornaconti personali, ad esempio per pagare il debito contratto con il fioraio da cui aveva comprato i fiori per la fidanzata».


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