Gela, l’archeologia attira studiosi ma non i turisti «Chiediamo aiuto ai privati per gli scavi»

Attorno all’Acropoli, al museo e alle Mura Timolontee d’estate il movimento è sempre maggiore. Non certo per le visite dei turisti, ancora rari da queste parti come confermano sottovoce anche gli impiegati del Museo di Gela. «Non siamo inseriti nei circuiti giusti – sostengono – ma non è tutto da buttare». Il riferimento è alle studiose dell’Università di Messina, che da giugno sono per il terzo anno all’Acropoli per un progetto regionale di scavi. L’anno scorso avevano ricevuto attenzioni e lodi per il ritrovamento della strada maestra. Eppure, a guardarle lavorare sotto un sole che fa toccare i 40 gradi, sembra che nulla sia cambiato rispetto alla denuncia di Meridionews risalente alla scorsa estate

«Rimane la manodopera degli studenti – conferma la professoressa Grazia Spagnolo – Per il resto di nuovo tutto a spese nostre, ma è una tendenza che sui beni culturali c’è da un po’. Stiamo lavorando per assegnare una cronologia più precisa alla strada, che è molto ben conservata e che era stata già ipotizzata dalla Fiorentini dagli anni ’70». Anche allora però non furono fatti saggi specifici, così si è dovuto attendere oltre 40 anni. La docente di Messina lancia un appello: «Chiediamo sostegno ai privati per le prospezioni geofisiche». E’ questo il destino dell’archeologia, specie in una città così ricca di reperti come Gela? Di chi sono le responsabilità per un tesoro da molti vagheccgiato ma quasi mai valorizzato? «Il settore non è di competenza comunale – chiarisce l’assessore alla Pianificazione del territorio Francesco Salinitro – ma l’auspicio è di farlo rientrare nel settore turistico. Come Comune non dobbiamo stare a guardare».

Sulla possibilità che archeologia e turismo procedano insieme non d’accordo Giuseppe La Spina, presidente del gruppo archeologico Triskelion. «I due ambiti sono distinti e separati, come stabilito dal codice dei beni culturali». La Spina è, tra le altre cose, responsabile del progetto Micos, un centro studi che vede coinvolti ricercatori spagnoli e portoghesi. Un progetto messo più volte in discussione per l’utilizzo dei locali comunali accanto la biblioteca. «Non capisco le polemiche visto che io non chiedo un euro – sostiene La Spina – A parte il fatto che noi chiediamo l’utilizzo e non l’affidamento, c’hanno dato sì il terzo piano di uno stabile comunale che comunque era quasi del tutto abbandonato, ma alle attrezzature abbiamo provveduto a nostre spese. E si tratta di ben 15mila euro tra tavoli, proiettori, libreria e wi-fi. Come se non bastasse, la permanenza è tutta a spese dei ragazzi». In questo caso, invece che a convenzioni coi privati, ci si affida a bandi europei e a collegamenti con università straniere come quelle di Cadice e Siviglia. A breve gli studenti spagnoli faranno tappa alle Mura Timolontee. «E’ una buona cosa – commentano sornioni i custodi del sito archeologico – almeno vediamo qualcuno».


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