Gela, sempre più ragazzi armati e senza paura. Il procuratore minorile: «Sembriamo dentro Arancia meccanica»

Un senso diffuso di impunità. Il miraggio di soldi facili, ottenuti con lo spaccio o piccoli furti. Ma anche una violenza brutale, spettacolare, che sembra non avere più freni. È questa la fotografia che emerge da Gela, città che ancora una volta si ritrova ad affrontare il volto più oscuro della propria gioventù: la delinquenza minorile, che resiste e si rigenera, pronta a raccogliere nuove reclute. A scuotere l’opinione pubblica è stato l’ennesimo episodio: la spaccata in una gioielleria del centro storico. Autori due ragazzi poco più che adolescenti, identificati e arrestati subito dopo, capaci di organizzare il colpo con una rapidità sconcertante e di operare in pieno giorno. Per la Procura per i minorenni di Caltanissetta non si tratta di un caso isolato, ma di una malattia sociale che si alimenta nelle periferie senza alternative e nelle famiglie fragili. Il procuratore Rocco Cosentino non usa giri di parole: «Siamo davanti a episodi che ricordano Arancia Meccanica – afferma – Una violenza cieca, gratuita, che diventa spettacolo e che, sempre più spesso, coinvolge ragazzi senza precedenti penali».

Armi facili, droga e sangue giovane

Solo pochi giorni prima della spaccata, un altro episodio violento ha coinvolto soggetti poco più che adolescenti. Il 16 agosto, un 18enne incensurato, travolto da una lite legata a una rivalità sentimentale, ha impugnato una pistola e sparato contro il padre del suo avversario 17enne. L’arma era stata recuperata in appena due ore. «Questo dimostra quanto sia semplice procurarsi una pistola in città – aveva sottolineato il procuratore capo Salvatore Vella, all’indomani dell’arresto – Una facilità che abbassa drasticamente le barriere e rende letale qualunque conflitto, anche il più banale». Tre giorni dopo, il 19 agosto, i due minorenni protagonisti della spaccata si procurano gli attrezzi per lo scasso e passano all’azione alla luce del sole senza preoccuparsi di nulla: né dei passanti, né delle telecamere, né delle conseguenze. Accanto agli episodi criminali, corre parallela un’altra emergenza: il consumo di cocaina e crack. Le sostanze circolano in maniera capillare, entrano nella quotidianità dei giovanissimi, diventando collante sociale, status e, soprattutto, dipendenza. Il procuratore Cosentino è netto: «Spesso la violenza nasce dalla droga, si alimenta di essa, ne diventa strumento».

Le radici del male e la sfida del riscatto

Dietro le vetrine infrante e le pistole recuperate, ci sono storie di disagio. Ragazzi che scelgono la via della violenza per appartenere a un gruppo o per non restare invisibili. E, spesso, dietro questi ragazzi, ci sono famiglie assenti, contesti di miseria, genitori incapaci di esercitare il ruolo educativo. «Nel 99 per cento dei casi – spiega Cosentino – i reati commessi da minori hanno radici in famiglia: padri e madri che non ci sono, condizioni economiche disperate, assenza di alternative credibili. In questo vuoto si infilano la strada e il crimine, che diventano i loro unici maestri». Eppure, emergono anche storie diverse. Giovani che hanno scelto di ribellarsi al destino criminale che sembrava scritto per loro, intraprendendo percorsi di recupero che dimostrano come una via d’uscita sia possibile. I numeri confermano uno spiraglio: dal 2021 a oggi, i reati commessi da minori nel Nisseno sono diminuiti di oltre il 30 per cento, raccontando un’inversione di tendenza. «Vuol dire che gli sforzi di recupero non sono vani, che ci sono margini per cambiare le cose», osserva Cosentino. Ma la sfida resta enorme. E la battaglia non può essere lasciata solo alla magistratura. «Se la comunità non si assume la sua parte di responsabilità, se la società non offre occasioni di crescita e futuro, allora ogni nostro intervento rischia di essere solo un tampone – ammonisce il procuratore – E i ragazzi continueranno a scegliere le armi, la droga, la violenza».


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