Foto di Franco Emmi

L’Etna e le inutili restrizioni alle visite: il racconto del modello islandese, gratuito e organizzato

«Lei ce l’ha presente la barzelletta dell’arcangelo Gabriele?». Che, per errore, durante la Creazione, mise troppe bellezze in Sicilia. Ma a bilanciare ci aveva pensato Dio: creando i siciliani. È una risata amara quella di Franco Emmi, guida alpina e vulcanologica in pensione, ex vicepresidente del collegio dell’Isola. Che, in questi giorni di polemiche per le numerose restrizioni alle visite alla colata sull’Etna, con conseguente sciopero delle escursioni da parte dei colleghi, ricorda la sua esperienza in Islanda. Quando, nel 2023, un’eruzione vicino a Grindavík, a mezz’ora dalla capitale Reykjavík, pur minacciando qualche vicino villaggio, richiamò migliaia di turisti. E mise in moto una macchina organizzativa decisamente diversa da quella etnea. Eppure facile da replicare. «Specie in un’eruzione come questa, che non poteva avvenire in un punto più semplice da gestire», spiega Emmi.

La macchina organizzativa islandese

Emmi si trovava in Islanda per accompagnare un gruppo di turisti. «Per un paio di giorni, la protezione civile islandese non ha fatto avvicinare nessuno – racconta la guida siciliana -. Per effettuare dei controlli e capire la situazione». Subito dopo, è arrivato il via libera. «I parcheggi erano organizzati ed era stato tracciato un percorso, per agevolare i visitatori. In un passaggio appena più complesso – continua Emmi -, con un minimo di pendenza, era stato persino realizzato un sentierino a zig-zag». Piccoli accorgimenti per rendere la fruizione adatta a tutti, in un’escursione comunque impegnativa: da circa sei ore totali, tra andata e ritorno. «Tutto il percorso era picchiettato con paletti alti un metro e mezzo, fluorescenti affinché fossero visibili anche di sera, fino a 50 metri dal cratere».

I controlli durante l’eruzione in Islanda

L'esempio dell'Islanda nell'organizzazione delle visite a un'eruzione
Foto di Franco Emmi

All’ingresso del percorso, due persone controllavano l’attrezzatura dei visitatori: giacche, cappuccio, guanti e scarponcini. Senza alcun obbligo di guida o il pagamento di un ingresso. E, lungo il sentiero, piccoli gruppi composti da 2-3 persone erano pronti a fornire eventuale assistenza. Un’organizzazione coordinata e, soprattutto, gestita a livello centrale. A differenza dell’Etna, dove si va avanti a frammentarie ordinanze dei singoli sindaci. «Dopo una settimana, erano già salite più di duemila persone – ricorda Emmi -. A Reykjavík tutti gli alberghi erano pieni e nei locali si trasmettevano di continuo immagini dell’eruzione, invitando le persone ad andarla a vedere dal vivo».

L’eruzione sull’Etna a misura di turista

Un modello decisamente diverso da quello a cui si è assistito sull’Etna: con limiti orari (fino alle 16.30 circa), in gruppi ristretti, solo accompagnati da guide autorizzate (e, quindi, a pagamento) e con il divieto di avvicinamento a 200 metri dalla colata. «La vedi meglio da Milo con un binocolo», commenta Emmi. Senza dimenticare la minaccia di denunce per i trasgressori e l’uso dei droni. Il tutto davanti a un’eruzione che la natura ha voluto, invece, a misura di inesperto. «Impossibile perdersi anche da soli, con un sentiero già tracciato – spiega la guida -. Sarebbe bastato un minimo controllo sull’attrezzatura all’ingresso. E, se è il caso, un tempo massimo per sostare davanti alla colata, così da evitare il sovraffollamento». Senza tutte le restrizioni alle visite e gli obblighi, poco giustificati dal punto di vista della sicurezza, che spingono i visitatori a cercare strade alternative sull’Etna. Mettendosi, così, davvero in pericolo.


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