Espers – “Espers II”

È la dove foglie ingiallite da un recente trapasso diventano velluto che veste un suolo cui la pioggia ha donato un gracile aroma e la natura è gravida di caduca bellezza che gli Espers forgiano le loro poesie sonore.

Intrisi di una malinconia ancestrale raccontano di delicate storie remote attraverso percorsi armonici che portano dritti ad elementi narrativi capaci di accompagnare l’ascoltatore in una dimensione atavica.

Un viaggio spazio/temporale a stretto contatto con boschi in cui non si è esaurita l’eco di elettrici amori per il rock lisergico sessantiano immersi in ballate acustiche dai toni dimessi ed introspettivi che si distendono su forma canzone allargata, esponendo lievi accenni progressivi, come se gli Opeth di “Damnation” avessero deciso di vestire i panni di tristi cantori pre-rinascimentali.

Ad essere dipinto è un piccolo angolo di mondo dove spiriti banchettano per dare il commiato a re e regine spirati in disperate lotte d’amore, mentre a cerchio tutt’intorno bambini di pietra ne sgretolano le fedi nuziali sotto la flebile luce di un sole occultato da una pallida e gelida luna. Un’ode per storie andate, perse in un tempo che rigurgita i suoi fantasmi nel presente, adesso abbigliati di terse vesti che Fairport Convention e Charalambides avrebbero gradito. Dolci abbrivi verso la luce che si interrompono, sorrisi appena accennati sfumano nel buio e i capi sono chini su un folk d’altri tempi.

Un album che luccica di classe e semina fascino con la sua nuda sontuosità


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