Morto dopo un fermo dei carabinieri, si valuta se riaprire il caso Enrico Lombardo. A quattro anni dal «corpo torturato»

«Una coincidenza che mi ha fatto venire i brividi». La casualità che ha sentito sulla pelle Alessandra Galeani è quella tra la data della morte del suo ex marito e, a distanza di quattro anni esatti, quella in cui è stata fissata l’udienza al tribunale di Messina per decidere se accettare la richiesta di proseguimento delle indagini portata avanti dalla famiglia di Enrico Lombardo. Il 43enne di Spadafora (nel Messinese) morto per strada mentre era immobilizzato dai carabinieri la notte tra il 26 e il 27 ottobre del 2019. A giugno, la Cassazione ha accolto il ricorso alle due archiviazioni da parte del giudice per le indagini preliminari per gli indagati: tre sanitari – una medica e due soccorritori – per omicidio colposo e un carabiniere per morte come conseguenza di altro delitto (violenza privata). La quinta sezione della Cassazione aveva trasmesso gli atti al tribunale di Messina che dopodomani – la mattina di venerdì 27 ottobre – dovrà pronunciarsi. «Per quello che c’è agli atti – commenta Galeani a MeridioNews – spero che la nostra richiesta di riaprire le indagini venga accolta».

L’alternativa è l’archiviazione definitiva di una vicenda che è già stata definita «un nuovo caso Stefano Cucchi», anche dalla sorella del geometra romano 31enne ucciso dai carabinieri nel 2009 mentre era sottoposto a custodia cautelare. Su quanto accaduto a Enrico Lombardo restano ancora molte domande e in questa ricerca di verità e giustizia, accanto ai familiari, ci sono anche la senatrice di Verdi-Sinistra italiana Ilaria Cucchi (che è la sorella di Stefano), Amnesty International e A buon diritto. Gli attivisti di entrambe le associazioni saranno presenti – al fianco dei genitori, della sorella, della figlia e della ex moglie della vittima – nel presidio davanti al tribunale di Messina, domani mattina dalle 9.30, e anche lungo il corteo con fiaccolata di stasera a partire dalle 19 da piazza Duomo. Davanti al Palazzo di giustizia verrà esposto il cartellone con le foto del cadavere di Lombardo. Un corpo senza vita pieno di lesioni e lividi alle braccia, al torace, alla schiena, alle gambe, ai piedi, al volto. «Non le vogliamo chiamare torture?», si è chiesta Ilaria Cucchi.

«Abbiamo presentato delle memorie – aggiunge la donna che porta avanti questa battaglia anche a nome della figlia Erika ed è assistita dall’avvocato Pietro Pollicino – in cui ripercorriamo tutti i dubbi rimasti irrisolti e chiediamo che ogni dettaglio venga esaminato in modo accurato». Una decisione che adesso spetterà ai giudici del tribunale di Messina.

Stando a quanto ricostruito nel corso delle indagini, quella sera Lombardo bussa alla porta della ex compagna con un atteggiamento minaccioso. La donna – con cui, dopo due due figli, il rapporto si è da poco chiuso – chiama i carabinieri che intervengono per provare a calmarlo. «Riferito stato di agitazione – riportano i sanitari dell’ambulanza – Paziente vigile e collaborante. Stato di nervosismo per problemi familiari». Lombardo va via ma, due ore dopo, torna. La ex compagna chiama di nuovo le forze dell’ordine: «Sta ammazzando un carabiniere. Mandate qualcuno». A morire, alla fine, invece sarà lui. Una morte che viene ripresa da un balcone con un cellulare. Il video inizia con una colluttazione tra la vittima e i militari. Poi le manovre di contenimento dei carabinieri che durano circa venti minuti. Un tempo lunghissimo in cui, bloccato a terra da tre militari, l’uomo ripete solo: «Non mi interessa, non mi interessa».

Nel verbale si legge che c’era «il brigadiere claudicante, con una ferita alla gamba sinistra e graffi sulla parte destra della fronte, l’appuntato che sanguinava dalla testa e dall’orecchio destro; Lombardo (ammanettato e a terrandr) con una ferita sanguinante al capo». Nello stesso documento viene ricostruito che l’uomo si sarebbe ferito «battendo il capo contro una cabina telefonica». Un’ipotesi che non convince il legale dei familiari. «L’ex compagna, che ha assistito a tutta la scena – dice la ex moglie della vittima – ha riferito di avere sentito un carabiniere dire a Lombardo che era già a terra “O ti stai fermo o ti do un colpo in testa“. Lo stesso militare che, poco dopo, rivolto ai colleghi avrebbe affermato: “Non potevo fare altro“». Ma, secondo quanto emerso dall’autopsia, il 43enne non sarebbe deceduto a causa delle ferite ma per un arresto cardio-circolatorio avvenuto «nella fase di recupero post-stress di una prova da sforzo cardio-vascolare (di resistenza al contenimento-immobilizzazione da parte di operatori delle forze dell’ordine)».

Una morte, quindi, dovuta a diverse possibili concause tra cui «un’emorragia sub-aracnoidea per la rottura di uno dei rami collaterali-terminali dell’arteria cerebrale media in un soggetto in delirio agitato/eccitato affetto da miocardiopatia ipertrofica (un’ipertensione che a Lombardo non era mai stata diagnosticata in precedenza, ndr) e assuntore cronico di cocaina». Insomma, un malore. Resta ancora da capire, però, di chi sia la traccia di sangue (oltre a quella della vittima) trovata sul manganello. L’unica cosa certa è che non è del militare finito indagato, il comandante della stazione dei carabinieri di Spadafora che interviene a un certo punto della colluttazione in borghese perché è libero dal servizio. «Non sarebbe giusto chiudere questa vicenda con un’archiviazione – sottolinea la ex moglie di Lombardo – E, in ogni caso, anche se dovessero scegliere di non proseguire con le indagini, io sono già pronta ad andare avanti nella ricerca della verità: non mi posso fermare davanti a tante domande rimaste senza risposta».


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