Editoria e new media, scontro generazionale Cagnes: «Voi giovani siete tuttologi»

Una rivoluzione affatto pacifica. Anche, ma non solo, tecnologica. E’ questo il quadro dell’editoria catanese dopo l’avvento dei nuovi media che viene fuori dal brainstorming di ieri – tra operatori del settore, imprenditori e cittadini – organizzato dal Tavolo delle imprese etneo. Presenti per discutere di come le nuove tecnologie abbiano cambiato il giornalismo e le ricadute del fenomeno sulla società erano i rappresentanti di diverse testate online e web tv e di media tradizionali, tra carta stampata e televisione. Ma il discorso prende presto pieghe impreviste e accese. Tra le urla di alcuni e i muscoli contratti di altri, un collega off the record commenta: «Siamo la categoria peggiore, che figura…». Screzi personali che si mischiano alla competizione professionale, ma da cui emerge un dato interessante: il conflitto generazionale tra cronisti. «Specchio dei tempi», fa notare, sospirando, un imprenditore. Una sfida all’ultimo smartphone.

«Io, a poco più di 50 anni, mi sento superato. Ma per me un bravo giornalista è uno che sa scrivere bene – sintetizza la sua posizione Giacomo Cagnes, conduttore di Video Mediterraneo – Perché dovrei anche saper montare un video?». I più giovani in sala – compresa chi scrive – provano a ribattere. Il tono delle voci si fa sempre più alto, nella speranza, per tutti, di far capire la propria opinione. Una visione 2.0 del racconto giornalistico che non è più legata al mezzo – la macchina da scrivere o la telecamera, carta e penna o il pc – ma alla possibilità del racconto in sé, in tutte le sue forme. «Al netto del fatto che di certo non è un bravo giornalista chi non sa scrivere, se un giovane sa anche montare o ha altre competenze aggiuntive, non è un merito?», prova a chiedere perplesso Angelo Capuano di SudPress. Lo sgomento nel volto di Cagnes parla da solo: «Oggi siete tutti tuttologi. Non capite che gli editori vogliono che sappiate fare tutto voi per risparmiare?».

«Io non vedo che me ne dovrei fare di uno smartphone», gli fa eco Giuseppe Mazzone, tra i fondatori ed direttore responsabile di Sesta Rete, il più scatenato. «Quanti anni hai?», chiede a caso tra i giovani colleghi. «Quasi 27». «E allora, quando dico giro di nera, non sai nemmeno di cosa sto parlando. Ma io, ai ragazzi che vengono da noi, lo faccio fare ancora». L’idea diffusa è che giornalismo online sia – sempre e comunque – sinonimo di copia-e-incolla. Dalle agenzie, soprattutto, «che almeno sono scritte da giornalisti», o dagli ancora meno meritevoli comunicati stampa. «Perché quelli chi li scrive?», chiedono in sala. Ma Mazzone va oltre.

Da qui il passo è breve per un’ulteriore discussione fuori tema, ma che riguarda tutti gli addetti al settore: l’accesso alla professione. Motivo del contendere è l’intervento di Luciano Granozzi, docente dell’università di Catania e delegato del nuovo rettore Giacomo Pignataro alla Comunicazione. Ad accompagnarlo c’è Mariano Campo, capo ufficio stampa d’ateneo e direttore della radio universitaria – web e on air – Radio Zammù. «Sono qui perché, da parte della nuova amministrazione, c’è una rinnovata apertura e un interesse nei confronti dell’editoria cittadina», spiega Granozzi. Già in passato, ricorda il docente, l’università etnea si era interessata alla formazione dei giovani cronisti di domani – cioè oggi – attraverso appositi laboratori. Tra questi, il giornale online Step1, dalla cui esperienza nasce proprio la redazione di CTzen. «Ma i corsi di laurea in Scienze della comunicazione non servono a niente. A Catania non abbiamo nemmeno dei corsi in Giornalismo. I ragazzi escono con tanta teoria, ma incapaci», attacca Mazzone.

E così il piano teorico del corso di studi si fonde con i laboratori pratici, due realtà in verità distinte. Aggiungendo al paradigma del giovane incapace un’ulteriore caratteristica: «Giovane e laureato in Comunicazione». Tra i (quasi) trentenni in sala, alcuni dei quali con entrambi i requisiti – come, ancora una volta, chi scrive – scende il gelo. Ma anche la consapevolezza di una battaglia persa in partenza. Non per mancanza di argomenti o per impossibilità di punti di contatto tra il vecchio e il nuovo. A opporre una barriera è il linguaggio: come in un discorso tra chi parla in futurese e chi in greco antico. Che pure chi scrive ha studiato. Ma solo in teoria.

[Foto di Debora Borgese – Radio Zammù]


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