Dissequestrato il patrimonio dell’editore Mario Ciancio Per i giudici è decisiva la «mancanza di pericolosità»

Dopo 916 giorni l’editore Mario Ciancio Sanfilippo torna a essere proprietario di un impero che valeva, almeno al momento del sequestro e della conseguente confisca di primo grado, circa 150 milioni di euro. A deciderlo i giudici della corte d’Appello, presieduti da Dorotea Quartararo con a latere Antongiulio Maggiore e Antonino Marcello. Le motivazioni, che di fatto annullano il provvedimento di settembre 2018 disposto dal tribunale Misure di prevenzione, sono contenute in un documento di 133 pagine. «Non può ritenersi provata – scrivono – l’esistenza di alcun attivo e consapevole contributo arrecato da Ciancio in favore di Cosa nostra». A mancare sarebbe anche la «pericolosità sociale» e «la sproporzione tra i redditi, suoi e della famiglia, e la liquidità utilizzata nel corso del tempo».

Ciancio, difeso dagli avvocati Carmelo Peluso e Francesco Colotti, torna così proprietario della Mario Sanfilippo editore, ammiraglia di riferimento che edita il quotidiano cartaceo La Sicilia. Tra i beni dissequestrati ci sono anche le quote della Gazzetta del Mezzogiorno e le emittenti televisive Antenna Sicilia e Telecolor. A occuparsi del patrimonio erano stati indicati due amministratori giudiziari, Luciano Modica e Angelo Bonomo. Mentre come direttore responsabile, dopo le dimissioni di Ciancio e del figlio Domenico, è stato scelto il giornalista Antonello Piraneo, interno alla redazione del giornale e vicino, ma non troppo, alla storica gestione della famiglia Ciancio. 

Per Ciancio oggi si chiude un capitolo della sua lunga e travagliata vicenda giudiziaria. Rimane aperto il fronte in cui l’imprenditore 87enne è a processo per concorso esterno in associazione mafiosa. L’accusa, che nel processo di secondo grado è stata rappresentata in aula dal magistrato applicato Antonino Fanara e dalla procuratrice generale Miriam Cantone, aveva passato in rassegna affari e retroscena della scalata imprenditoriale di Ciancio. Tra accuse e pentiti, l’ultimo a citarlo è stato l’ex boss Francesco Squillaci, i magistrati sul fronte contabile avevano puntato forte su un corposo documento redatto nel 2015 dalla società Pricewaterhouse, colosso mondiale specializzato nella consulenza fiscale e nella revisione dei bilanci. Così da ricostruire l’evoluzione del patrimonio dal 1979 al 2014


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