Da mobile a definitivo: il caso del dissalatore di Porto Empedocle. «Ci appelleremo a Mattarella»

Doveva essere una soluzione tampone alla siccità in Sicilia: un impianto mobile capace di intervenire nell’emergenza, per poi essere trasferito altrove. E, invece, il dissalatore di Porto Empedocle si è trasformato in un’infrastruttura destinata a restare. Tra potenziamenti annunciati e procedure ancora tutte da chiarire. Che, però, non piacciono già. Anche perché a Porto Empedocle un dissalatore fisso esiste già: ormai obsoleto, operativo fino al 2010 e poi dismesso, ma rimasto in piedi. E, difatti, i piani originari della struttura commissariale prevedevano lo spostamento a Trapani del dissalatore mobile, con la riattivazione di quello fisso già esistente. Piani che, però, a fine 2025 sono cambiati, con un apposito decreto firmato dal commissario Nicola Dell’Acqua.

Il cambio di rotta: il dissalatore doppione resta

Lungo la spiaggia di Marinella, resa famosa in Italia e nel mondo da Andrea Camilleri e dalla fiction tv del commissario Montalbano, la Regione ha deciso di istallare il dissalatore mobile, utilizzando una concessione data in passato a Enel. Per attivarlo è stato costruito un tracciato, in parte lungo la città e per il resto a mare, con un pennello per scaricare la salamoia. Pennello che, a fine gennaio, si è staccato dal fondale e adesso è in attesa di essere ripristinato. «Dopo la firma del decreto da parte del commissario nazionale, abbiamo chiesto la convocazione di un Consiglio comunale urgente», spiega a MeridioNews Danilo Verruso del comitato Mare Nostrum.

«In quell’occasione il delegato del commissario, collegato in video call, ha difeso la scelta di puntare sul dissalatore mobile, abbandonando il progetto di ripristinare quello fisso già presente nella zona industriale di Porto Empedocle. E, sempre durante quel Consiglio comunale, il sindaco ha spiegato che avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per evitare questo scenario».

Ricorsi e proteste: la battaglia contro l’impianto permanente

La situazione al momento sembra bloccata, come spiegano dallo stesso comitato. «Volevamo fare ricorso al tribunale amministrativo ma non siamo rientrati nei tempi. Adesso, con termine a 120 giorni dal decreto del commissario, stiamo lavorando a un ricorso da presentare al presidente della Repubblica Sergio Mattarella». Una strada non proprio semplice, considerati i costi e non solo. «Come comitato non abbiamo il valore giuridico per presentare il ricorso – precisa Verruso -. Per questo cerchiamo di coinvolgere il Comune di Porto Empedocle, al quale abbiamo inoltrato alcune Pec, e le altre associazioni del territorio». «Chiediamo che, finita l’emergenza, il dissalatore mobile venga tolto e i luoghi ripristinati», aggiunge a nome dei cittadini.

Emergenza finita, ma non il rumoroso impianto

Ma, intanto, a dover essere chiarita è propria la situazione attuale. «Sempre nel decreto, è spiegato che l’emergenza finirà quando gli invasi avranno raggiunto un limite minimo per l’utilizzo delle acque da sorgente – spiegano -. Oggi scopriamo che gli invasi sono pieni, molta acqua finirà in mare perché in eccesso, eppure nessuno ha dichiarato cessata l’emergenza». Non una questione di terminologia, ma di tasca: «Perché l’acqua dissalata costa cinque o sei volte in più di quella da sorgente». L’unica certezza, per i residenti di Porto Empedocle, è di ritrovarsi in una condizione surreale: «Con un impianto industriale – concludono dal comitato -, in funzione solo di giorno perché il rumore è eccessivo per la notte, e in una zona destinata, da piano regolatore, ai servizi per la spiaggia».


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