Il ruolo para-istituzionale del nipote di Riina a Corleone: la diplomazia per non «finire sui giornali»

Un ruolo da mediatore criminale nelle dispute tra privati. Ma anche una riconosciuta abilità nelle scelte strategiche sul territorio e nei rapporti tra terzi. Avrebbe agito con un ruolo para-istituzionale Mario Grizzaffi, accusato dai magistrati della procura di Palermo di essere il capo mandamento di Cosa nostra a Corleone. Un ruolo di prestigio, almeno nel panorama criminale, che lo avrebbe posto come successore di personaggi come lo zio Totò Riina, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano. Grizzaffi, volto noto alle cronache giudiziarie anche a livello familiare, è finito in carcere nell’ultimo blitz che ha acceso i riflettori sulla presenza mafiosa in provincia di Palermo. Una mafia che, secondo la ricostruzione dei magistrati, continua a essere particolarmente forte in un contesto rurale, lontano dalle grandi città e dai nuovi affari globali. Cosa nostra nel Corleonese continuerebbe a sguazzare tra confini, terreni da spartire e intimidazioni vecchio stile.

Una questione di famiglia

Mario Grizzaffi, 60 anni, è nipote di Totò Riina: la mamma Caterina, infatti, è sorella dello storico boss. Il ruolo di reggente, secondo gli inquirenti, lo avrebbe ereditato dal fratello Giovanni, morto all’inizio dell’estate del 2023, all’età di 74 anni, per un male incurabile. Determinanti, come emerge nelle carte dell’inchiesta, sono le intercettazioni telefoniche e, in particolare, i racconti di un altro indagato: Mario Gennaro. Agricoltore, imprenditore vitivinicolo ma, per i magistrati, soprattutto mafioso con una lunga militanza in Cosa nostra. Consorteria nella quale sarebbe entrato, come lui stesso raccontava alla compagna, con il battesimo mafioso della punciuta. Era il 1990 e a quella cerimonia avrebbero partecipato sia Totò Riina che Mario Grizzaffi.

La disputa tra i fratelli Gennaro e il nipote di Totò Riina

Nell’indagine, Grizzaffi viene più volto tirato in ballo per mediare tra i fratelli Mario e Giovanni Gennaro. Finiti ai ferri corti per questioni economiche. «Se c’è da fare qualche mala azione vengono da me», si lamentava Mario Gennaro, alludendo al fatto che il reggente avesse «per buono» il fratello. In un altro dialogo era sempre Gennaro a sottolineare la sua fedeltà e presunta abnegazione alla causa mafiosa: «Quant’anni che sono in potere a te – spiegava – Ho fatto cose tinte e cose storte. Ho mancato mai di rispetto?». «Una subordinazione criminale storica – annota il giudice per le indagini preliminari nell’ordinanza – resa in un contesto di assoluta spontaneità».

In un altro passaggio dell’ordinanza, il giudice evidenzia un episodio in cui emergerebbe il ruolo di Grizzaffi nel controllo del territorio, con metodi «para-istituzionali». La vicenda sembra banale e riguarda un paletto di confine in un terreno, sradicato da Gennaro senza avvertire il proprietario. Uno di quegli eventi che, in campagna, assumono rilievo diplomatico. Con il rischio di attirare le attenzioni delle forze dell’ordine. «Per tutte le minchiate che fanno gli altri, impiccio non gliene dà nessuno – spiegava Grizzaffi, invitando alla calma -. Una minchiata la fai tu, una minchiata la faccio io e siamo sul giornale».

Il furto del grano alla cooperativa sociale nei terreni confiscati

Una delle vicende in cui il nome di Mario Grizzaffi viene evidenziato è quella relativa al furto su commissione di decine di quintali di grano, contenuti in un rimorchio cassonato della cooperativa antimafia Lavoro e non solo. Realtà con sede a Corleone che, da tempo, gestiva dei beni confiscati proprio alla famiglia Grizzaffi. Per questo fatto, in nipote di Riina è accusato in concorso con il fratello deceduto Giovanni. A occuparsi del furto, nell’estate 2020, sarebbe stato l’immancabile Gennaro, che del fatto discuteva con la compagna. A una precisa domanda da parte di quest’ultima, l’uomo rispondeva: «Questo era più grosso di lui». Indicando il ruolo di Giovanni Grizzaffi, quando era in vita, rispetto al fratello Mario.


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