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Centrodestra in Sicilia, dopo il voto è tutti contro Schifani: «La corda è più tesa che mai»

La politica siciliana come una tragedia greca. Sì perché le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio ne rappresentano l’atto in cui le maschere iniziano a cedere, rivelando i volti tirati degli attori. La narrazione ufficiale, confezionata a uso e consumo dei telegiornali nazionali, parla di tenuta del centrodestra in Sicilia. Ma la realtà che si respira tra le stanze barocche di palazzo d’Orléans, sede della presidenza della Regione, e i corridoi dell’Assemblea Regionale Siciliana, è quella di una coalizione che ha smesso di essere un progetto politico per trasformarsi in un condominio litigioso, dove ognuno è pronto a staccare le utenze all’altro.

Il cortocircuito del centrodestra in Sicilia

In Sicilia si è consumato un cortocircuito tipico di questa terra: il paradosso della vittoria numerica che si traduce in disfatta politica. Con tre capoluoghi al voto (ossia Agrigento, Enna e Messina) e decine di comuni strategici, la coalizione guidata dal governatore Renato Schifani esce dalle urne non rafforzata, ma frammentata in mille faide locali. Anche perché, forse, il vero condottiero della coalizione non è Schifani.

La guerra di trincea: Fratelli d’Italia contro Forza Italia

Il dato politico macroscopico di questa tornata è l’esplosione definitiva della faglia tra FdI e gli azzurri. I meloniani considerano il governatore l’espressione di un passato politico non più coerente con i rapporti di forza reali del Paese.

La vigilia del voto era stata incendiata dalle parole del capogruppo di FdI all’Ars Giorgio Assenza e il suo aut-aut: «Recuperare la dignità o andare a casa». Non era una boutade, ma la verbalizzazione di un disegno strategico. FdI accusa Schifani di gestire la Regione accentrando le decisioni finanziarie all’interno di un cerchio magico tutto forzista. I risultati mostrano che dove il centrodestra in Sicilia si è presentato diviso o dove ha praticato il fuoco amico, il prezzo più alto lo hanno pagato i candidati vicini alla presidenza. FdI rivendica ora un rimpasto profondo della giunta che passi dal ridimensionamento degli assessori fedelissimi a Schifani.

Il fronte autonomista: lo scontro diretto tra Mpa e Lega

A complicare un quadro già instabile, nelle ore successive allo scrutinio è esplosa una bomba politica a lungo raggio: l’attacco frontale dell’Mpa di Raffaele Lombardo contro la Lega. Lombardo, che vuole di nuovo per sé, e il suo partito, il ruolo di vero grande vecchio e ago della bilancia della politica isolana, ha lanciato un’accusa pesantissima ai salviniani. Denunciando una gestione del partito «nord-centrica» e accusando la Lega di svendere gli interessi della Sicilia sull’autonomia differenziata in cambio di poltrone romane e favori legislativi.

Ma la polemica dell’Mpa tocca corde ancora più sensibili e locali. Lombardo accusa i leghisti di aver praticato il «cannibalismo politico» nei territori durante le ultime Amministrative, stringendo accordi sotto banco e civici pur di drenare consensi agli storici alleati autonomisti. Questo affondo apre un baccanale geopolitico interno. L’Mpa, che nell’Isola vanta un radicamento strutturale profondo, contesta alla Lega la titolarità di rappresentare l’istanza territoriale del centrodestra. Il messaggio inviato a Schifani è chiaro: se il governatore continuerà a privilegiare l’asse con la Lega, l’Mpa è pronto a far mancare i numeri all’Ars, paralizzando la maggioranza. E coastringendo così Schifani a fare i conti con se stesso e le sue scelte.

Il caso sanità: nomine e liste d’attesa

Se la politica è scontro di potere, la sanità nell’Isola ne è il motore immobile. Gestisce oltre l’80 per cento del bilancio regionale ed è il principale termometro del consenso. Ed è proprio qui che il centrodestra in Sicilia ha mostrato le crepe più vistose, con ripercussioni dirette sul voto amministrativo. Il tormentato processo di spartizione dei manager delle Asp e degli ospedali ha lasciato macerie ovunque. La Lega e la Nuova Dc di Totò Cuffaro hanno accusato Forza Italia di aver fatto la parte del leone, blindando le strutture sanitarie più influenti.

Questo scontro si è scaricato sui territori. I cittadini, esasperati da liste d’attesa interminabili, hanno punito i candidati sindaci percepiti come emanazione diretta di quella gestione. In diverse realtà locali, il voto di protesta si è canalizzato verso liste civiche di rottura, spesso animate da esponenti delusi dello stesso centrodestra.

Il sabotaggio del Parlamento: la clausola anti-clientela

Per capire la profondità del dissenso interno, basta guardare al recente voto dell’Ars che ha bloccato le assunzioni negli enti regionali e nelle società partecipate fino al 2027. Una sfiducia parlamentare camuffata da norma tecnica.

Il voto, avvenuto a scrutinio segreto, ha visto una pattuglia di almeno dieci franchi tiratori della maggioranza schierarsi con le opposizioni. Il retroscena è squisitamente elettorale: una parte consistente dei deputati di FdI, Lega e Mpa temeva che l’avvio delle procedure di assunzione a ridosso del voto amministrativo si trasformasse in un gigantesco bancomat clientelare per Forza Italia, capace di spostare migliaia di preferenze nei comuni chiave. La dimostrazione plastica che la coalizione non si fida di se stessa. «Il centrodestra in Sicilia – ci ha confidato una autorevole deputato della maggioranza – ha sempre avuto la capacità di piegarsi senza spezzarsi. Ma oggi con Fratelli d’Italia che spinge da una parte e l’Mpa che bombarda la Lega dall’altra, la corda è tesa come non mai».

Lo spettro dei ballottaggi e l’ombra del voto anticipato

Il quadro politico è inevitabilmente destinato a surriscaldarsi in vista dei ballottaggi del 7 e 8 giugno. Nei comuni sopra i 15mila abitanti, dove nessun candidato ha superato il 40 per cento, si aprirà una nuova partita dominata dallo spettro del voto disgiunto. Esiste il rischio concreto che pezzi di maggioranza, per indebolire il rivale interno, stringano patti di desistenza o favoriscano i candidati del centrosinistra o del civismo. Schifani si trova nell’angolo. Sa che in Sicilia i governi cadono per logoramento interno, non per spallate delle opposizioni. E se la scadenza naturale della legislatura è fissata per l’autunno del 2027, nei corridoi di palazzo dei Normanni, anche da parte degli stessi azzurri, inizia a circolare con insistenza un fantasma ben più minaccioso: l’ombra del voto regionale anticipato.

Il blocco delle assunzioni, i continui veti incrociati sui manager sanitari e le trincee scavate dall’Mpa e da Fratelli d’Italia potrebbero presto rendere la Sicilia del tutto ingovernabile. Più di un pontiere della maggioranza sussurra che, se il tavolo dei ballottaggi dovesse trasformarsi in un regolamento di conti all’arma bianca, lo strappo definitivo potrebbe essere inevitabile già nei prossimi mesi. Un ritorno anticipato alle urne che costringerebbe i leader nazionali a intervenire prima del tempo in quello che rischia di diventare, a tutti gli effetti, il Vietnam politico del centrodestra. Un Vietnam in cui non sarà possibile usare né il napalm del voto segreto tantomeno la via del dialogo. Che oramai si è interrotto definitivamente.


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