Catania non la conosciamo

Catania noi non la conosciamo.

Se io dico “San Cristoforo”, noi tutti pensiamo a Santapaola, ai criminali, agli scippatori, a famiglie che vivono nel degrado. Eppure San Cristoforo era il quartiere nobile della città nel XIX secolo. Andate a vedere i sontuosi palazzi di via del Plebiscito ma anche della zona della “Concordia” e immaginateli senza i purtroppo ancora legittimi pregiudizi contemporanei. A San Cristoforo sta anche gente perbene, stanno ancora dei professionisti, figli di professionisti, alcuni dei quali abitano ancora quei palazzi; eppure San Cristoforo rimane San Cristoforo…

Se io dico “Librino” voi pensate a palazzoni dormitorio; il mio amico Antonio Presti continua ad essere controcorrente; ha fatto un sito: www.librino.org e numerose altre iniziative. Dov’é stata la società civile, il mondo universitario, gli intellettuali “di sinistra”, i giovani “che vogliono cambiare il mondo”, “che sono stanchi di vivere in una città degradata”???

Se io dico Civita, voi pensate ad un quartiere di secondo piano, abitato da pescatori; c’é la facoltà di scienze politiche e ci sono due moschee e qualche tentativo di integrazione con i musulmani, anche incentivato dalla Facoltà e dalla Comunità di Sant’Egidio. E l’associazionismo “multiculturale” dov’é??? Partecipa o no???

I musulmani chiedono da tempo l’istituzione di un’area cimiteriale a loro destinata. A Catania, nessuno se ne é fatto portavoce. Il Sindaco Crocetta a Gela l’ha istituita l’anno scorso; é un simbolo di integrazione, pacifica convivenza, prevenzione dell’apartheid e dunque prevenzione sociale contro il degrado prossimo futuro. O no?

Se io dico Fera o luni, oggi nel 2006 penso ai mercanti catanesi che fanno affari con i nuovi arrivati cinesi; i cinesi pagano sostanziose rette di affitto e i nostrani hanno anche imparato a vivere di rendita. Noi stiamo a guardare; perché, sotto sotto, a noi i cinesi cominciano a dare fastidio; ci fanno comodo perché vendono le cose a bassissimo prezzo, ma ci danno fastidio per il resto. Lo dico seriamente, non come giudizio personale ma semplicemente interpretando l’indifferenza che esiste tra i catanesi e la comunità cinese. Non esiste nessun punto di incontro, nessun dialogo. Noi letteralmente non ne sappiamo nulla. Nessuna autorità si prende carico di questo nuovo grande fenomeno sociale; nessuna associazione “progressista” lo fa, perché non ne ha alcun interesse. Eppure un fenomeno di integrazione vera con i cinesi darebbe un vero impulso “anche legale” all’economia della città.

Ecco cara Isa, ti ho indicato uno “spazio politico” oppure no? C’é bisogno del bipolarismo per mettere in campo queste cose? C’é bisogno della “sinistra” o della “destra”?
A mio modo di vedere c’é solo bisogno di buona volontà e di gente che é disposta ad ascoltare. Ma il catanese purtroppo é sordo, perché ragiona in termini di “brutale convenienza quotidiana”; il catanese vuole un ritorno immediato, un guadagno immediato, un tornaconto immediato, una risposta immediata e veloce ai problemi. Per questo sceglie la classe politica che si merita…
Una classe politica che naviga a vista, che non investe, che promette assai ma dà “contentini” da quattro soldi. Poi abbiamo un associazionismo “di casta”, legato ad interessi di casta, al massimo di quartiere. Ci si é mobilitati per gli oleandri di via di Sangiuliano, per la pista ciclabile di corso delle province, per la villa Bellini, per un parcheggio “di cemento”, per un ripetitore di cellulari, etc.

Nessuno pensa di mobilitarsi per esempio per i dati falsi sull’inquinamento ambientale ed acustico di Catania (le cabine di rilevamento sono taroccate!), per la chiusura totale del centro storico e sull’obbligo di circolarvi solo con mezzi pubblici,  per l’abbattimento totale di tutte le barriere che ci impediscono di vivere il mare, per la vivibilità dei quartieri-dormitorio…insomma su grandi e coinvolgenti questioni. E ciò perché ogni catanese crede di essere da solo il proprietario di tutta la città, il catanese ha l’idea “pubblica” solo quando deve “chiedere”, ma non quando deve “dare”…Chiaro?

Da banalità in banalità, citando Orwell, “chi controlla il passato, controlla il futuro”; il modus vivendi culturale, politico, amministrativo, economico di Catania é stato sempre quello di fare in modo che il “controllo del passato”, cioé la rendita, ipotechi ogni divenire storico, ogni fermento di novità, ogni ipotesi ricostruttiva di tessuto sociale ed economico. Ciclicamente, vuoi nel campo della politica (es: il Patto per Catania), vuoi nel campo dell’economia (la Catania “Milano del Sud” degli anni ’60), o in  quello culturale (la Seattle d’Europa, negli anni ’90), la nostra città vive embrionali fenomeni di cambiamento che la portano illusoriamente a migliorare il senso del proprio destino, la cifra della propria identità, la misura della propria dinamicità. E’ in questi momenti, solo in questi fragili e temporanei ritagli storici che la città sembra unita, da Librino a Cristo Re, dal Canalicchio ai 4 Canti, dalla Scogliera alla Plaja, da Zia Lisa a Ognina.
Questi fenomeni di “risveglio” durano una stagione; i catanesi li vivono come “fenomeni di moda” perché i catanesi sono superficiali e soltanto episodicamente si immaginano come “comunità” (es: la squadra di calcio… se andrà in serie A)

Il punto é che a Catania un qualunque fenomeno allo stato nascente in qualunque campo avvenga non trova poi un irreversibile sbocco verso un qualcosa di duraturo, acquisito, costante. Il fenomeno si vive, illusoriamente si interiorizza e poi incredibilmente si perde, sfugge dalla memoria collettiva.

Pensate che la continua perdita di opportunità che talvolta nascono per caso, per una combinazione casuale di buoni fattori produttivi, possa essere sempre colpa della mafia o della politica? E qui mi rifaccio all’ultimo post di Isa. E’ vero, si parla di politica, parlando di questo o di quel notabile; si guarda troppo “porta a porta” o “ballarò”, e lì ci si abitua al progressivo spegnimento della coscienza sociale. Che comunque, eroica, sopravvive lo stesso.
Fortunatamente la nascita e/o lo sviluppo di fenomeni culturali, politici, sociali non dipende certo dall’assetto “bipolarista” o “proporzionalista”. Potrei citare milioni di fenomeni socio-culturali, esteticamente straordinari che sono nati sotto le più bieche dittature ma rischio di estendere troppo il campo.

Da cosa dover ripartire? Prima di “ripartire” e di “credere”, bisogna studiare, armarsi di idee forti, possibilmente non importate, e non preordinate dalla politica, ma nascenti dalla società civile. Io non credo che la nostra sia una “società di merda”, dalla quale occorre fuggire. Fuggire da questa complessità é comodo. E il catanese, dimenticavo, é un grande “comodista”, soprattutto quello di estrazione borghese.

Ma qui non stiamo etichettando una società per salvarci l’anima e andarcene in paradiso; non credo sia questo l’intendimento che ci porta a discutere così amalbilmente della nostra “società”.
Cara Isa, questa città, contrariamente a quello che si pensa, può darti tante “certezze”, tanti “punti di riferimento”, tanti “punti da cui ripartire”, tante “speranze per lottare”. Certo il costo di questi strumenti che ho messo tra virgolette, qui a Catania, é inversamente proporzionale alla tua libertà, al sacrificarsi nel non “pensare del tutto con la propria testa”; e questo accade a Catania, non in quanto Catania città siciliana “mafiosa” e “corrotta”, ma accade in quanto città di provincia; tutte le città di provincia conservano questa fenomenologia, non dimenticarlo…


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