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Acqua, riforma di Musumeci criticata già dalla culla
«Un colpo di spugna alla legge voluta dai siciliani»

Dal Forum dell'acqua arrivano i primi attacchi alla proposta con cui la giunta regionale pensa di rimettere mano alla normativa che regola il servizio idrico. «Nel testo spariti i riferimenti alla concessione a Siciliacque», denuncia Antonella Leto

Simone Olivelli

«Di questa riforma non se ne sente alcun bisogno, semmai attendiamo che la Regione applichi una legge già esistente e voluta dai siciliani». Trattandosi di acqua e considerato quanto essa sia preziosa in Sicilia, si può dire, senza esagerazione, che il disegno di legge per rimettere mano alla normativa sul servizio idrico non ha ricevuto il battesimo che ci si sarebbe augurati. Almeno dalle parti del governo Musumeci. Se l'assessora Daniela Baglieri ritiene si tratti di una «riforma importante» e spera che non resti inceppata negli ingranaggi delle logiche politiche, a bocciare l'iniziativa è Antonella Leto, una delle figure storiche del Forum dell'acqua siciliano e non solo. Il ddl, che ha ricevuto il via libera in giunta e attende di iniziare il percorso all'Ars, arriva a un anno dalla campagna elettorale per le Regionali. Calendario alla mano e dando un'occhiata a ciò che finora è stato delle riforme annunciate dal governo è lecito chiedersi quanto sia probabile che l'iter vada in porto prima della fine della legislatura, ma, comunque, il testo dà l'opportunità per ritornare su una storia che nell'isola è particolarmente sentita. Tra bollette esose, reti colabrodo e una siccità che ogni estate lascia a secco migliaia di persone.

Sul tema dell'acqua, che a livello nazionale è stato oggetto nel 2011 di un referendum i cui risultati sono stati per buona parte traditi, in Sicilia, negli anni scorsi, si è registrata una delle espressioni più forti di democrazia dal basso. Era il 2015 quando l'Ars approvò una legge di iniziativa popolare, poi parzialmente modificata all'interno dell'Aula. «Quella riforma dichiarava l'acqua bene pubblico non mercificabile - commenta Antonella Leto a MeridioNews - ed esplicitava la preferenza per la gestione pubblica del servizio, pur prevedendo, così come disposto dalla disciplina nazionale, la possibilità di affidarsi a gestori privati o misti». Un altro dei passaggi fondamentali di quella legge riguardava l'impegno per la Regione di avviare profondi controlli per verificare lo stato dell'arte di quella che, per Leto, rappresenta una stranezza tutta siciliana. «In molti non lo sapranno, ma in Sicilia abbiamo una società, Siciliacque, che gestisce infrastrutture di carattere sovra-provinciale e che - sottolinea la rappresentante del Forum dell'acqua - fa da grossista per i gestori che operano nei nove ambiti provinciali. Ciò significa che l'acqua viene venduta due volte prima di arrivare ai cittadini». Siciliacque - le cui azioni sono per il 75 per cento in mano al colosso privato straniero Veolia e per il restante 25 per cento della Regione - nasce a fine anni Novanta e nel 2004, durante il primo governo Cuffaro, eredita il ruolo fin lì svolto dall'Eas, l'ente acquedotti siciliani, da oltre tre lustri in liquidazione. L'operato della società, che si occupa del servizio di captazione, potabilizzazione e che gestisce una rete di adduzione di 1800 chilometri più una serie di acquedotti e pozzi, da anni è messo sotto accusa da più parti. 

«Con la legge del 2015 si disponeva di avviare le procedure per verificare la sussistenza dei presupposti per l'eventuale esercizio del diritto di recesso dalla convenzione quarantennale con Siciliacque, partendo dalla verifica dello stato d'attuazione del piano d'investimenti da 580 milioni di euro», ricorda Leto. Quell'articolo, il sesto, è stato però finora disatteso, così come l'intera legge: «Si continua a dire che la legge è stata ritenuta parzialmente incostituzionale, ma si sorvola sul fatto che gli articoli impugnati sono quelli che vennero aggiunti durante i lavori d'aula e non riguardano Siciliacque». Nel nuovo disegno di legge pensato dal governo Musumeci non si fa alcuna menzione alla società che gestisce il cosiddetto sovrambito, mentre si propone la costituzione di un unico ambito regionale a cui dovrebbero fare riferimento gli attuali nove governati dalle Assemblee territoriali idriche. «Per noi si tratta di una mossa che nasce dalla volontà di dare un colpo di spugna da una parte alla legge di iniziativa popolare e dall'altra di cercare di correggere il tiro nei confronti delle ultime pronunce del Tar e del Cga in materia di tariffa unica regionale», va avanti la voce storica del Forum dell'acqua

Il riferimento di Leto va a una sentenza dello scorso luglio con cui il Consiglio di giustizia amministrativa ha dato torto sia alla Regione che a Siciliacque in merito alla possibilità per entrambe di determinare la tariffa con cui l'acqua viene venduta dal grossista ai gestori che operano nei singoli ambiti. Per i giudici, infatti, il compito spetterebbe comunque alle Assemblee territoriali idriche, a cui siedono i sindaci dei Comuni che compongono l'ambito provinciale. «In questo disegno di legge si torna nuovamente a parlare di arrivare all'adozione di un'unica tariffa in ambito regionale, un'ovvia forzatura, senza contare che la legge del 2015 è stata ritenuta incostituzionale proprio per un articolo simile», ribadisce Leto. 

Sullo sfondo di una querelle che potrebbe sembrare riservata soltanto ad addetti ai lavori ed esperti di diritto, c'è un tema molto più concreto: la gestione dei fondi che il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) destina alle infrastrutture idriche. Il ministero e l'Unione europea sono stati chiari: per non rischiare di perdere le risorse è necessario adeguarsi al codice dell'ambiente, che prevede l'affidamento a un unico gestore del servizio per ogni ambito provinciale. La Sicilia da questo punto di vista è ancora a macchia di leopardo: province con gestore unico - come i privati che operano tra le critiche a Caltanissetta ed Enna, o Agrigento dove, dopo l'era problematica targata Girgenti Acque, si sta sperimentando una conduzione pubblica - e altre, come Catania, dove in questi mesi si sta cercando di mettere ordine a una galassia composta da piccoli gestori privati e medio-grandi società partecipate. «Su questo tema bisognerebbe fare chiarezza, esplicitare se i soggetti privati si troveranno a gestire fondi pubblici con l'obbligo di trasparenza e pubblicità negli affidamenti oppure no», si chiede Leto. 

Più in generale andrà capito se i passi che si sono iniziati a compiere a Palermo potranno rallentare gli sforzi, più o meno tardivi, fatti nei vari ambiti provinciali per arrivare all'individuazione dei gestori unici. «Da una prima lettura del testo non credo che questa riforma migliorerebbe l'aspetto gestionale del servizio idrico integrato né che potrebbe contribuire a rispettare i tempi imposti dalla Comunità europea per avere i finanziamenti». A parlare, con esplicita richiesta di rimanere anonimo, è uno dei funzionari che lavorano all'interno di una delle nove Ati siciliane. 

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