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Rifiuti, vent'anni di opacità nella relazione dell'Antimafia
«Alcuni Comuni sciolti in modo disinvolto e strumentale»

La commissione regionale pubblica il documento finale dopo 52 audizioni. Una ricostruzione del business che in Sicilia ha paralizzato l'impiantistica pubblica favorendo i privati. E una fotografia delle 68 società che lavorano oggi nell'Isola

Salvo Catalano

«Un quadro opaco e a tratti imbarazzante: l’accordo “a tavolino” dei raggruppamenti aggiudicatari della convenzione per la realizzazione dei termovalorizzatori voluti da Cuffaro; la stagione delle generose autorizzazioni rilasciate in favore dell’impiantistica privata durante i governi successivi; le molte anomalie che hanno caratterizzato i relativi iter autorizzativi; le interferenze pubbliche e private; la pervasività della criminalità organizzata; il ricorso d’abitudine agli affidamenti diretti negli enti locali; l’aumento significativo delle pratiche corruttive sanzionate dall’autorità giudiziaria». C'è tutto questo nelle 177 pagine della relazione finale prodotta dalla commissione regionale Antimafia alla fine delle audizioni sul ciclo dei rifiuti nell'Isola. I deputati guidati dal presidente Claudio Fava hanno ascoltato politici, dirigenti, sindaci, imprenditori e acquisito una gran mole di documenti, tra cui sentenze della magistratura ordinaria e amministrativa, inchieste delle Direzioni distrettuali siciliane, relazioni delle Commissioni bicamerali d’inchiesta, l’ultimo rapporto semestrale della Direzione investigativa antimafia. 

Ne viene fuori una ricostruzione certosina del business dei rifiuti in Sicilia negli ultimi 20 anni. «Il lavoro della Commissione - si legge nelle conclusioni - ha confermato le preoccupazioni che hanno mosso questa indagine: la percezione di un intreccio di interessi privati e pubbliche compiacenze che in Sicilia ha reso spesso il sistema dei rifiuti subalterno a quegli interessi e a quelle compiacenze».

Dito puntato sulla politica, e più in generale sulla governance fatta anche dagli apparati dirigenziali, che non ha voluto o non ha saputo indicare un progetto di riforma imperniato sull'impiantistica pubblica. E che piuttosto è stata «compiacente» e «ostaggio di un gruppo di imprenditori». «Presidenti e assessori - continua la relazione - che per vent’anni, con pochissime eccezioni, hanno abdicato alla loro funzione di indirizzo politico, rendendosi disponibili a un sistema di interferenze e di sollecitazioni che ricordano - per modalità e per il ricorrere talvolta degli stessi protagonisti - le vicende legate al cosiddetto sistema Montante». Una prassi messa in atto anche mettendo nei posti di responsabilità persone non adatte per competenze. È lo stesso ex dirigente generale del dipartimento Ambiente, Sergio Gelardi, ad ammettere davanti alla commissione: «Non ero adeguato ed ero stato messo in quanto soggetto inadeguato».

LO «STRUMENTALE E DISINVOLTO» SCIOGLIMENTO PER MAFIA DI ALCUNI COMUNI
Il documento affronta anche lo scottante tema dello scioglimento per infiltrazioni mafiose di alcuni Comuni: Scicli, Siculiana e Racalmuto. Casi in cui, dopo il provvedimento del Viminale, le indagini delle Procure non portarono a riconoscimenti di responsabilità delle amministrazioni comunali. Scioglimenti - sempre avversati dai sindaci che hanno denunciato di essere state vittime a causa delle posizioni contrarie all'apertura di impianti di rifiuti sui loro territori - che la commissione definisce «disinvolti e strumentali» e su cui esprime «preoccupazione». I deputati ritengono, infatti, che «in alcune circostanze (come nel caso di Scicli, ad esempio), sia oggettivamente servito a rimuovere, assieme alle amministrazioni comunali, le posizioni contrarie che quelle amministrazioni avevano formalizzato sulla ventilata apertura o sull’ampliamento di piattaforme private per lo smaltimento dei rifiuti». Ma la commissione ricorda anche come in diversi altri casi di scioglimento per mafia, il tema dell'infiltrazione di Cosa Nostra nel settore dei rifiuti è emerso con forza: Corleone, Mazzarrà Sant'Andrea, Borgetto, Misterbianco, San Cataldo, San Cipirello, Vittoria.

GLI APPALTI E LE DITTE CHE LAVORANO IN SICILIA
Per la prima volta in un documento viene fatta sintesi degli appalti del servizio rifiuti di quasi tutti i Comuni siciliani. Emerge che ancora 116 Comuni, cioè il 30 per cento del totale, non ha eseguito una gara. Ma continuano ad affidare il servizio direttamente alle ditte, o andando di proroga in proroga. Una prassi più volte stigmatizzata anche dall'Anac a causa del rischio corruzione e, di conseguenza, di infiltrazioni mafiose. Dall'altra parte il 44 per cento dei Comuni ha regolarmente svolto le procedure di gara tramite le commissioni Urega, mentre quasi un quarto (il 24 per cento) gestisce il servizio in house, cioè con personale interno allo stesso ente. 

A chi sono andati questi appalti? «L’intero sistema delle ditte operanti nel settore rimane per buona misura appannaggio di poche ditte che gestiscono le quote più rilevanti del mercato», si legge nella relazione. Che descrive analiticamente le 68 società che lavorano in Sicilia nella raccolta e smaltimento: la Dusty opera in 10 Comuni, tra cui Catania (pari al 12,95% della popolazione regionale e all’8,69% dei rifiuti su base regionale); la ditta Agesp opera in 31 Comuni (6,14 della popolazione e 6,78% della produzione di rifiuti); la Econord, in quasi tutte le gare in associazione con la Agesp, risulta operante in 27 Comuni (4,8% della popolazione e 5,86% della produzione di rifiuti); la ditta Tekra gestisce la raccolta in 11 Comuni (6,89% della popolazione e 10,01% della produzione di rifiuti); la ditta Sea in 15 Comuni (5,34% della popolazione e 8,62% della produzione di rifiuti); la ditta Iseda in 13 Comuni (4,65% della popolazione e 7,42% della produzione di rifiuti); la ditta Tech (recentemente oggetto di interdittiva antimafia da parte della prefettura di Siracusa) opera in 12 Comuni (5,63% della popolazione e al 7,12 della produzione); la ditta Igm in 7 Comuni (4,94% della popolazione e 7,09% della produzione di RU); la ditta Traina gestisce il servizio in 16 Comuni (3,85% della popolazione e 6,02% della produzione); la ditta Ecoin è operativa in 18 Comuni, tutti della provincia di Agrigento (2,93 della popolazione e 7,95% della produzione); la Caruter (36 Comuni pari al 3,55% della popolazione e al 3,57% dei rifiuti); la Ciclat (in 5 Comuni pari al 3,08 della popolazione regionale e al 4,83% della produzione); Ecologica Busso (in 4 Comuni per il 2,19% della popolazione e il 3,43% della produzione); Multiecoplast (in 37 Comuni per il 4,46% della popolazione e il 4,74% della produzione). Le restanti ditte operano per percentuali di popolazione e di produzione dei rifiuti inferiori a 2%.

SUGGERIMENTI
Nelle conclusioni la commissione regionale indica due possibili vie per cambiare strada: da una parte per incidere meglio sul contrasto alla criminalità collegata alla gestione dei rifiuti «auspica la creazione, laddove possibile, di pool di magistrati specializzati in reati ambientali». Dall'altra, sul lato politico-amministrativo, «va segnalata l’urgente necessità di rivedere e perfezionare, anche sul piano legislativo, il quadro di riferimento riguardante le procedure amministrative in materia di Via e di Aia, per ricondurre il rilascio degli atti autorizzativi di maggiore impatto sul funzionamento del sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti alla responsabilità degli organi di vertice dell’amministrazione». Insomma, è la politica a doversi prendere le responsabilità e non più solo i dirigenti. 

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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