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Il clan che voleva aggirare il protocollo Antoci
Offerte concordate e presidio durante la gara

I 14 partecipanti al bando che sarebbe stato pilotato all'interno dell'Azienda silvo-pastorale di Troina sarebbero tutti legati ai fratelli Pruiti. Avrebbero beneficiato della disponibilità dell'allora direttore dell'ente

Simone Olivelli

Una gara per fare i moderni, ma che in realtà non avrebbe spostato di un millimetro lo status quo nella gestione dei terreni adibiti a pascolo sui monti Nebrodi. Nella testa dei 14 indagati nell'operazione Nebros II per avere concordato la spartizione di 12 dei lotti messi all'asta, a maggio 2015, dall'Azienda speciale silvo-pastorale di Troina, l'obiettivo era chiaro: trovare il modo per continuare a recepire i fondi europei, tramite l'Agea, l'agenzia per le erogazioni in agricoltura. 

Per riuscire nel proprio piano il gruppo avrebbe fatto affidamento sull'allora direttore dell'ente, Antonio Consoli, anche lui indagato e destinatario della misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Ad accendere i riflettori sulla gara sono stati i militari della guardia di finanza, sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta. In quanto i soggetti che si sarebbero mossi per condizionare lo svolgimento della procedura di affidamento sono ritenuti legati a vario titolo alla cosca di Cesarò e, nello specifico, ai fratelli Giuseppe e Giovanni Pruiti; entrambi già condannati per associazione mafiosa, con il primo che sta scontando l'ergastolo.

D'altronde scorrendo i nomi dei partecipanti alla gara - tutti presentatisi per conto di omonime ditte individuali - si trovano la sorella dei due Federica; la convivente di Giuseppe, Angioletta Triscari Giacucco; nonché la cognata di quest'ultima, Vita Cavallaro. A loro, con spirito di aperta condivisione degli intenti, si sarebbero aggiunti i fratelli Giuseppe e Sebastiano Foti Belligambi, entrambi indagati (e poi archiviati) nell'indagine sull'attentato ad Antoci della primavera 2016 e in passato sottoposti a controlli di polizia che hanno evidenziato la frequentazione di Giovanni Pruiti. A partecipare all'accordo sarebbero stati poi anche la moglie di Sebastiano Foti Belligambi, Anna Maria Di Marco, il figlio Giovanni e pure la madre Silvestra Calderaro. Il terzo nucleo familiare interessato alla spartizione sarebbe stato quello dei Lupica Infirri, con le buste presentate da Giuseppe e Salvatore, ma anche da Maria Cantali, moglie di Pietro Lupica Infirri. Il quadro dei partecipanti si chiude con Salvatore Armeli Iapichino - in passato controllato in compagnia di Giuseppe Foti Belligambi -, Santo Coma, che sarebbe vicino al boss di Tortorici Gino Bontempo, la cui nipote è la moglie di Giovanni Pruiti; e infine Sebastiana Bevacqua, già denunciata per reati contro la
pubbiica amministrazione, pascolo abusivo, danneggiamento e furto in concorso.

Il gruppo, stando alla ricostruzione fatta dagli inquirenti nei documenti dell'inchiesta, avrebbe agito in modo tale da arrivare alla gara con le idee chiare sulle offerte da presentare, sia in termini di rialzi del canone posto a base d'asta dall'Azienda che per i lotti da contendersi. Un disegno che sarebbe stato tale da garantire in molti casi la continuità con gli anni passati, quando i terreni demaniali - a dispetto della normativa - erano stati assegnati tramite affidamento diretto. Sulla carta, però, pilotare la gara non sarebbe dovuto essere semplice in quanto non si sarebbe potuto escludere la partecipazione di terzi. Tale eventualità, in effetti, si sarebbe verificata con la presentazione di una busta di un'altra società. Il fatto in sé, ancora prima di conoscere l'entità dell'offerta, avrebbe fatto andare su tutte le furie molti degli indagati presenti nei locali dell'Azienda il giorno della gara. Tensioni che portarono i carabinieri a intervenire e identificare i partecipanti. 

In questo contesto il ruolo di Antonio Consoli sarebbe stato di aggiudicare la gara pur consapevole delle probabili irregolarità. «All'apertura delle buste quasi tutti i soggetti avevano presentato offerta per i lotti che già in precedenza avevano in gestione - ammette l'ex direttore, dimessosi un anno dopo la gara e poco dopo l'attentato ad Antoci -. Non vi fu alcuna difficoltà nell'aggiudicazione. Era evidente che si fossero messi d'accordo tra loro». Ma per i magistrati il favoreggiamento di Consoli si sarebbe manifestato anche con altro: per l'aggiudicazione del lotto numero 16, Federica Pruiti e Sebastiano Foti Belligambi avevano presentato la stessa offerta. La normativa in questi casi prevede che si invitino i contendenti a presentare un nuovo rialzo, mentre Consoli avrebbe suggerito ai due di costituirsi in associazione temporanea di scopo, aggiudicandosi in condivisione i terreni, con la possibilità di proporre un nuovo rialzo di importo minimo. 

Ma l'accusa più grave è quella di non avere tenuto conto in alcun modo di quel protocollo di legalità voluto dall'allora presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, che introduceva l'obbligo di richiedere la certificazione antimafia indipendentemente dal valore del terreno. Il protocollo era stato approvato due mesi prima, ma Consoli avrebbe stipulato i contratti senza attendere il responso della prefettura. Per poi a interdittiva emessa - era metà dicembre 2015 - non procedere ad avviare tempestivamente la procedura di revoca. Intercettato l'estate scorsa al telefono, Consoli, alla domanda sul perché l'Azienda avesse atteso due mesi per avviare lo scioglimento dei contratti, avrebbe chiosato: «Ma credo che era per capire come dovevamo fare»

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