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L'agguato ad Antoci, tutti i dettagli di due anni di indagini
Le presenze sospette, il mistero del sangue e il falso pentito

Test del dna, intercettazioni, migliaia di tabulati telefonici. Un lungo lavoro segnato anche da esposti anonimi e dalle dichiarazioni di un poliziotto che sulla notte dell'attentato fornisce una versione differente da quella dei diretti interessati

Salvo Catalano

Quattordici indagati, tra chi si è visto tagliare fuori dalla ricca torta dei fondi europei e soggetti sospetti che la sera dell'agguato sono stati notati negli stessi luoghi di Giuseppe Antoci. Due anni di indagini costellate da test di dna, intercettazioni a tappeto, analisi di migliaia di tabulati telefonici, ricostruzioni tecniche affidate alla polizia scientifica di Roma. Un lungo lavoro investigativo segnato anche da battute d'arresto e da dubbi, a causa di esposti anonimi contenenti «informazioni riservate», dichiarazioni di un falso pentito e quelle, di ben altro peso, di un poliziotto che sulla notte dell'attentato fornisce una versione differente da quella dei diretti interessati. E nonostante tutto, un buco nell'acqua. La direzione distrettuale antimafia di Messina non è riuscita a individuare i responsabili dell'agguato all'ex presidente del parco dei Nebrodi e alla sua scorta la notte tra il 17 e il 18 maggio del 2016. E la richiesta di archiviazione dei pm perloritani è stata accolta dal Tribunale. Cala il sipario, a livello giudiziario, su una vicenda che però continua a far discutere. 

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