Agata, «più ribelle delle Pussy Riot» Riflessione laica sulla Santuzza

Catania si prepara a celebrare l’amatissima patrona Sant’Aituzza, come la chiamano affettuosamente i catanesi. State tranquilli, non è l’ennesimo articolo, tra i tanti che fioccano in questo periodo, per rimembrare la vita della “vergine e martire”, o per descrivere il programma dei festeggiamenti agatini, che ogni anno si susseguono il 3, 4 e 5 febbraio nel capoluogo etneo. È mia intenzione, invece, condividere la mia riflessione sul senso che ho cercato di dare a questa commemorazione: se ha, e quale, un significato per me. Sono una smidollata anticlericale, a tratti sacrilega e blasfema e anche irriducibilmente anaffettiva e allergica a qualsivoglia festa popolare e tradizionale, che sia Natale o Pasqua. I festeggiamenti mi provocano un fastidio non indifferente, e rendono Catania, in questi giorni, una no-fly-zone per me.

Ad aggravare il quadro, poi, la cornice, eufemisticamente e generosamente definibile “poco luminosa”, che circonda l’organizzazione e lo svolgimento della festa. Ma non voglio togliere lavoro a Report e alla magistratura. Pensate, quindi, a quale peso può avere avuto Sant’Agata, con i suoi pomposi festeggiamenti, nei miei 22 anni di vita. Nessuno. O quasi, se includo qualche specialità agatina  (le minne, che buone! Vi consiglio di assaggiarle se non le conoscete) e il giorno di vacanza ai tempi del liceo. Possiamo dire che per un periodo la festa di Sant’Agata è stata per me dolci e calia. Fino ad oggi, Sant’Agata mi è stata pressocché estranea e indifferente.

Eppure quest’anno ho trovato, finalmente, dei profili di interesse in questa “Santa”. L’ho spogliata dei suoi santi paramenti e ho cercato Agata, la persona. Ho trovato una mia giovane coetanea, 21 anni, bella e ribelle. Ma una ribelle di quelle doc, da far invidia alle Pussy Riot, una che si è messa contro il Potere. E il Potere, nella Catania del 251 d.C, aveva un nome e un cognome: proconsole Quinziano. Lui la desiderava (o forse desiderava il suo denaro – Agata era anche molto ricca) e intendeva possederla in ogni modo. Agata lo rifiuta, ripetutamente, sopportando inimmaginabili torture, fino all’estremo sacrificio. Siamo nel 251 d.C., eppure Agata si comporta da donna emancipata, si oppone in ogni modo ad una scelta imposta. Da eroina sfida il Potere, rivendicando la libertà di autodeterminazione, la libertà di scegliere. C’è una forza imbattibile in lei dinanzi alla quale i seni strappati e i carboni ardenti suonano come insignificanti cattiverie: la forza che proviene dalla consapevolezza di difendere le proprie idee e la propria libertà. Anche la libertà di accettare la morte. Agata come eroina ribelle diventa un esempio, un modello al quale ispirarsi: Agata, questa Agata, quindi, può ancora parlare e ha qualcosa da dire anche alla nostra generazione.

Sta a ciascuno di noi individuare il proconsole Quinziano da sconfiggere. Giocando con la storia, mi piace pensare che il temperamento di Agata nel 251 d.C. riviva, nella nostra contemporaneità, nei corpi giovani e nudi, per esempio, delle ribelli Femen, quelle che hanno protestato in piazza San Pietro pochi giorni fa, a seno nudo (strumento di lotta e libertà). Ma Agata è stata anche vittima di un femminicidio. A fronte della violenza che ancora oggi viene perpetrata sul corpo della donne, non ci resta che constatare l’amara verità dei fatti: dal 251 d.C. forse non è molto cambiata la sorte per (molte!) donne, anche catanesi (se penso alla giovane Stefania Noce). Agata, Stefania e tutte le altre donne hanno rivendicato il potere di autodeterminarsi contro una cultura maschilista che concepisce le donne come “oggetto” degli uomini, da possedere, di cui disporre, su cui esercitare quello che i latini chiamavano jus vitae necique. Adesso, quando penso a Sant’Agata, vedo una mia antenata ribelle, una femminista ante litteram. E vedo anche una vittima di femminicidio, di una mattanza che non si è ancora arrestata.

Leggi l’articolo di Elena Caruso sul blog LeVoltapagina.


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