Abbandonare gli studi

La prima scelta universitaria è senza dubbio influenzata da più o meno consolidate convinzioni di opportunità lavorative, trascurando molto spesso le proprie naturali inclinazioni, motivo per cui a diciotto anni, (diciannove per chi è stato “il più grande della sua classe”), sono tutti dottori, giuristi e fisici nucleari.

 

E’ questo anche il principale motivo per cui una buona percentuale di studenti, almeno per quanto concerne l’Italia, abbandona gli studi forse anche prima della fine del primo semestre: lo dimostrano le aule in principio sempre piene, poi sempre più vuote: chi realizza l’idea che oltre a hiragana e katakana esistono anche migliaia di kanji con relative pronunce e che la lingua giapponese non era dunque interamente contenuta a piccole dosi, tra un urlo e un altro, nella serie animata di Dragon Ball; chi realizza il fatto che tre crediti di “Anatomia del sistema nervoso” non sono esattamente tre crediti di “altre attività formative”; chi d’un tratto ha improvvise inclinazioni verso l’arte culinaria, la musica o l’ippica; chi, tra segni, ascendenti e lune bianche e nere, è succube di una combinazione planetaria, alla nascita, tanto eterogenea che gli servirà un lungo percorso fatto di chiromanti e indovini, per capire che cosa ne sarà del proprio futuro. 

 

Un anno di “yoga e meditazione fuori corso” condurrà i meno ambiziosi ai lavori manuali: servizio ai tavoli, tagliare la pietra (e qui la massoneria non c’entra), “commesserie” varie, pizzerie e industrie di latticini, almeno finché non avranno le idee più chiare; i più “cool” vanno a New York a riflettere sul proprio futuro e se già non erano convinti prima allora chiamano questo soggiorno prolungato d’oltremare, con tanto di corsi intensivi di lingua straniera, “anno sabbatico”; i più alternativi vanno a Londra con buoni e cattivi propositi, città all’avanguardia nell’accogliere studenti in cerca di una sistemazione sufficiente ma precaria; Barcellona potrebbe andare bene per chi non sa dire di no al caldo ma nemmeno di sì al restarsene a Sampieri o a Marina di Ragusa.

C’è chi va via ma resta in Italia presso amici. Ed infine c’è chi dedica il proprio “Farewell to studies” al nulla, nessuna attività particolare: precarietà economica, succube del “papà hai cinque euro per la benzina?”, del “mamma mi fai la pasta?” e del “nonna mi stiri la maglietta?”, ma legge, investe i propri risparmi in libri, romanzi, è un sognatore, è un artista e se non riempirà d’inchiostro le righe del proprio libretto universitario quantomeno riempirà di chiacchiere intellettuali il tavolo del suo happy hour quotidiano, berrà con il mignolo alzato e parlerà di W. M. Thackeray alla sera, in un wine bar, essendo riuscito, con tutto quel tempo libero, a leggere le circa settecento pagine de La fiera delle vanità.

 

Non ho il diritto, né posseggo i dati necessari per poterlo fare, di affermare che esista una “quantità calcolata in percentuale” di ventenni siffatti, ma ho sentito dire che la sorte di un trentenne italiano medio non si discosta poi in modo totale da questa condizione. Ironia a parte: molti vivono ancora nella propria casa di nascita; molti hanno lavori precari o “qualsiasi lavoro”; altri misteriosamente vivono senza lavorare ma hanno i Jeans firmati Calvin Klein e mi chiedo a quale tipo di attività clandestine si dedichino.

 

Cosa cambia in dieci anni nella vita di un ragazzo (o di una ragazza visto che si parla tanto di parità dei sessi)?

Cosa accade esattamente in quell’arco di tempo tra l’avere vent’anni e l’averne trenta? I ragazzi di questi giorni sono Nichilisti o Sognatori? E a volte le due cose coincidono? Che cosa vogliamo veramente adesso: l’esaltazione di noi stessi o il riconoscimento sociale?

 

Così come da un piccolo organismo cellulare prende il via la fitta trama dell’esistenza stessa e ciò che un tempo era elementare nel tempo diventa complesso, così anche nei piccoli accadimenti del quotidiano, nelle relazioni con l’altro ma anche e soprattutto nelle decisioni che dovrebbero influire su noi stessi e sulla nostra vita, tutto diventa più complesso, sogni e ambizioni spesso non coincidono più e ragazzi che un tempo avrebbero, con tutte le normali implicazioni, deciso più facilmente del proprio futuro, si ritrovano disorientati in questo nuovo millennio ambiguo, di luci e ombre degne del miglior barocco siciliano.

Numerosi sono gli studenti immatricolati in un corso di laurea che, in realtà, non li entusiasma, scelto per caso o, peggio e assai frequente, a seguito di pressioni e aspettative familiari.

Molti, a dirla tutta, non sanno sul serio che strada percorrere, anche se può accadere assai più frequentemente che proprio in queste circostanze uno studente che vive in modo emotivamente distaccato la propria vita universitaria possa, trattando quasi chirurgicamente la propria materia di studio, proseguire e persino raggiungere la laurea.

 

Indipendentemente dai casi, l’abbandono può essere vissuto talvolta come una vera e propria liberazione, ma assai più comunemente con un certo senso di frustrazione nei confronti di sé stesso con relativa perdita di autostima e sicurezza, acuita in particolar modo ogniqualvolta si incontrerà un “ex-collega” orgoglioso dei propri voti o, decisamente poco piacevole, si posi lo sguardo sulla foto online di un ex compagno di liceo con tanto di tocco e toga nera.

Ciò che tuttavia è percepito dagli altri, in senso generale, come incoerenza, insicurezza o inadeguatezza, ha quasi sempre, invece, più profonde e complesse motivazioni da parte di chi si appresta a compiere la difficile scelta di abbandonare gli studi, motivazioni spesso legate al percorso individuale interiore di ognuno.

Università non è soltanto: seguire lezioni, dare esami ed entrare nello stereotipo del tipo universitario; università è cominciare a far parte del mondo in modo adulto, è confronto e mettere in dubbio sé stesso, rafforzare l’identità e proiettarla entro dinamiche sociali e istituzionali più complesse, che non lasciano spazio a dubbi e perplessità sul proprio cammino.


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