Playa, immigrati «abbandonati e rinchiusi» L’esperto: «La situazione non è semplice»

«La situazione, già difficile, ieri è precipitata. La prefettura ha continuato a non garantire medici, interpreti, psicologi e mediatori culturali che potessero sostenere ed interpretare i bisogni dei migranti. Dal pomeriggio, nessuna associazione presente ha avuto il permesso di entrare. Eppure la scuola non dovrebbe essere una struttura detentiva. Chi colmerà adesso il vuoto delle istituzioni?». È pesante la denuncia, arrivata tramite comunicato stampa, del gruppo Antirazzisti catanesi formato dalle associazioni Rete antirazzista, Catania bene comune, Experia, Arci e Osservatorio su Catania che assieme ad alcuni esponenti di Sel da domenica stanno presidiando la scuola Andrea Doria, dove sono ospitati gli immigrati sbarcati a Catania sabato scorso che rifiutano di farsi identificare. Ma i fatti sono più complicati di come sembrano.

Ai volontari delle associazioni è stato accordato l’accesso alla scuola fino al primo pomeriggio di ieri, nonostante per legge gli unici ad essere autorizzati a parlare con gli immigrati in questa fase siano i rappresentanti dell’Acnur, dell’Oim e Save the children, associazioni convenzionate con il ministero dell’Interno tramite il progetto Praesidium, finalizzato al potenziamento dell’accoglienza rispetto ai flussi migratori via mare che interessano la frontiera sud dell’Italia. Le stesse che il giorno dello sbarco hanno dato assistenza e informazioni ai migranti fino a tarda sera e che sono impegnate in tutto il territorio regionale nelle emergenze generate dai numerosi approdi di questi giorni. Da ieri, però, i volontari non possono più entrare alla Doria in seguito a uno spiacevole episodio. Una di loro, una psicologa, per calmare una donna siriana ospitata nella scuola in preda a una crisi nervosa perché non voleva che il marito fosse portato in ospedale, le ha elencato tra i motivi positivi quello che dall’ospedale gli sarebbe stato più facile scappare. Come ha raccontato lei stessa fuori dalla scuola, dove eravamo presenti anche noi di CTzen, lo ha fatto solo come tecnica per calmare la migrante. Da allora però le forze dell’ordine hanno ristretto l’accesso nei locali della scuola.

«I migranti intercettati, prima delle procedure di identificazione, sono a disposizione dell’autorità di pubblica sicurezza e la legge prevede che debbano parlare con le associazioni convenzionate con il Ministero che hanno il compito spiegare loro quali sono i loro diritti, in special modo quando si tratta di potenziali richiedenti asilo come in questo caso», spiega l’avvocato Riccardo Campochiaro, specialista in immigrazione, anche lui presente davanti alla scuola. «Se altri entrano in contatto con chi non è ancora identificato la responsabilità è del prefetto», aggiunge. «Se detta, quella frase potrebbe essere interpretata come il consiglio a scappare e quindi ci sarebbe il rischio concreto che venga contestato il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina – chiarisce il legale – ma soprattutto è controproducente, perché chi non si fa identificare non può essere inserito nell’iter burocratico previsto per i richiedenti asilo e chi scappa si complica la vita con il rischio di conseguenze anche penali». Se fosse riuscito ad entrare, avrebbe spiegato queste cose agli immigrati dentro la scuola. Ma l’accesso è negato anche a lui. «È assolutamente comprensibile – commenta l’avvocato – Legalmente ci sono delle persone che sono autorizzate ad avere contatti con gli immigrati in questa fase di attesa e capisco le precauzioni dopo quello che è successo, anche a tutela dei volontari stessi».

La situazione di stallo è dovuta alla mancata identificazione. «Se i migranti si rifiutano non possono essere avviate le procedure previste e le soluzioni sono solo due – spiega il legale – o il rimpatrio, un’azione complicata se non si sa chi siano e da dove vengano, o il trattenimento presso un Cie, Centro di identificazione ed espulsione e di detenzione amministrativa». Il perché del rifiuto, secondo quanto riportato dai volontari, è che quel gruppo non vuole che la loro pratica venga istruita in Italia, ma in nord Europa. «Succede perché pensano che nei Paesi del nord ci sia un’accoglienza migliore e un iter più veloce – dichiara Campochiaro – ma bisogna far capire loro che non si può rischiare di attraversare mezza Europa da irregolari, perché il regolamento Dublino prevede che la pratica si faccia nel Paese in cui si sbarca, e che anche qui possono avere protezione sussidiaria e accoglienza».


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