Maxi sequestro all’imprenditore Vito Nicastri Re dell’eolico ritenuto vicino al boss Denaro

Beni per un miliardo e trecento milioni di euro sono stati confiscati dalla Direzione investigativa antimafia di Trapani all’imprenditore Vito Nicastri. Considerato il re dell’eolico da Roma in giù. Si tratta di un patrimonio composto da 43 tra società e partecipazioni legate al settore della produzione alternativa dell’energia elettrica in Sicilia, Lazio e Calabria; 98 beni immobili che comprendono ville, palazzine, terreni e magazzini; sette mezzi di trasporto tra autovetture, motocicli e imbarcazioni. Confiscati anche 66 tra conti correnti, depositi, titoli e fondi di investimento. «La confisca di importo più elevato in assoluto mai eseguita in Italia nei confronti di un unica persona», secondo la Dia.

Un patrimonio ingente creato su basi illegali, secondo le indagini. Nicastri, avrebbe potuto contare sulla protezione di Cosa nostra nello sviluppo dei suoi interessi imprenditoriali, grazie a una «comunanza di interessi, una lunga attività di fiancheggiamento e di scambio di reciproci favori, una rapporto fondato sulla fiducia e sui vicendevoli vantaggi che ne possono derivare», spiegano gli investigatori.

Il 57enne a cui è stata imposta la sorveglianza speciale per tre anni e l’obbligo di soggiorno ad Alcamo, dove risiede, sarebbe vicino a diversi personaggi mafiosi, in particolare a Matteo Messina Denaro. Già noto alle cronache, il suo nome è emerso nel corso del processo Iblis, che indaga sui rapporti tra mafia, politica e imprenditoria nel Catanese. Il suo nome è stato fatto da Francesco Paolo Giuffrida, ex consulente della Procura di Palermo e teste nell’udienza del 15 giugno scorso, spiegando che «molti imprenditori hanno investito sull’eolico per ottenere i vantaggi derivanti dalle agevolazioni finanziarie statali e regionali nella fase della realizzazione degli impianti e in seguito anche nella produzione dell’energia».

In particolare, Nicastri non solo avrebbe fatto da «sviluppatore», ovvero da tramite con il territorio, vendendo le proprie società veicolo ad altre aziende, ma avrebbe anche partecipato direttamente alla realizzazione dei parchi attraverso la società Eurocostruzioni. Un mese dopo, nell’udienza di luglio, il nome del re degli impianti eolici è ancora una volta presente. Questa volta il teste è il colonnello Gaetano Scillia, dal 2004 al 2010 alla direzione della Direzione investigativa antimafia di Messina e attuale dirigente della Dia di Caltanissetta. Scillia ricostruisce i rapporti tra Mario Giuseppe Scinardo – l’imprenditore originario di Capizzi considerato legato alla famiglia mafiosa di Sebastiano Rampulla, deceduto da poco e ritenuto il rappresentante provinciale di Cosa Nostra a Messina – e Vito Nicastri.

Ma l’imprenditore trapanese non è passato agli onori delle cronache solo per essere stato indicato da alcuni testimoni in un processo per mafia. Già nel 2010, era stato oggetto di un sequestro di beni per un miliardo e 500mila euro. Quelli confiscati adesso passeranno direttamente sotto la gestione dello Stato.


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Più di duecento beni  tra società legate al settore della produzione alternativa dell’energia elettrica, ville, palazzine, terreni e magazzini, mezzi di trasporto, conti correnti, depositi, titoli e fondi di investimento. Tutti appartenenti all'imprenditore, ora sottoposto a sorveglianza speciale e obbligo di soggiorno ad Alcamo. Perché ottenuti con la vicinanza a Cosa Nostra, secondo la direzione investigativa antimafia di Trapani. Che spiega: «E' la confisca di importo più elevato in assoluto mai eseguita in Italia nei confronti di un unica persona»

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