Da sognatori a imprenditori della propria passione La storia di Giuliana e della sua scuola di danza

In Sicilia non cresce mai niente. Ogni siciliano sente, almeno una volta al mese, questa frase. Seguita, naturalmente, dalle considerazioni sulla corruzione, sulla burocrazia che non funziona, sulle spiagge che sono fantastiche ma non sono sfruttate in modo strategico. È come se, sin da bambino, il siciliano venisse educato a essere arrendevole, e introdotto alla logica del basta che ti lamenti. Logica che prevede una scarsa capacità di risoluzione effettiva dei problemi, ma un’alta capacità dialettica, soprattutto quando si parla della cruciale differenza tra arancina e arancino. Perché i siciliani sono bravissimi a parlare, ma meno a fare. Questo, almeno, ciò che si sente in giro. Perciò quando il siciliano cresce e si ritrova, come tutti, con sogni e ambizioni, o emigra o resta, ma se resta è perché non riesce a lasciare la famiglia e l’iris, perché ama il mare, perché non ha trovato di meglio. Ancora una volta, questo è quello che si dice, sia in Sicilia che fuori. Non è nulla di nuovo: il modo in cui una comunità si racconta crea la forma mentis degli abitanti di quella comunità. Ma ci sono anche storie che le persone conoscono meno, quelle storie che non si sentono in giro e non vivono di luoghi comuni.

E questa è, nel caso specifico, la storia di Giuliana Cracolici, che il sei ottobre inaugurerà la sua scuola di danza, The Get Down Studio, in viale Strasburgo, a Palermo. «È iniziato tutto un anno fa circa. Avevo quasi trent’anni e una carriera avviata presso uno studio di tatuaggi. Avevo studiato molto per arrivare lì, conseguendo i diplomi necessari. Però mi sono resa conto che prima o poi avrei dovuto scegliere: o i tatuaggi o la danza, e non me la sentivo di abbandonare la seconda. Ballo da quindici anni ormai, fa parte di me. Sapevo però che non si può nemmeno insegnare per tutta la vita». I cambiamenti sono tutto tranne che lineari, e portano a mettere in dubbio i passi fatti fino a quel momento. Giuliana infatti continua: «Avevo capito ormai che mi sarebbe piaciuto aprire una scuola di danza, ma ero terrorizzata. Cambiare la mia vita alla mia età, ricominciare da zero. Oggi le persone tendono a tenersi stretta un’ occasione lavorativa. L’unico con cui ne ho parlato è stato mio fratello, che mi ha segnalato il finanziamento Resto al Sud». 

Resto al Sud è un finanziamento curato da Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, volto a incentivare la nascita di progetti soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno. Si presenta un progetto, e se si è ritenuti idonei si diventa destinatari di un finanziamento di massimo 50mila euro senza interessi, di cui 35 per cento a fondo perduto. Ma progetto è una parola impegnativa, che presuppone la capacità di lanciarsi avanti, anche quando tutto sembra tenerti indietro. «Mi sono informata, e dopo ho consultato un ragioniere per vedere se era fattibile. Non avendo dei risparmi miei, non avrei mai potuto aprire una attività simile da sola. Questa possibilità mi ha reso più ottimista».

E così, dopo avere preparato il progetto, ha presentato la documentazione necessaria, ed è stata chiamata dopo due settimane per un colloquio. «In teoria Invitalia può farsi sentire entro due mesi dall’invio della documentazione, io sono stata chiamata dopo due settimane. Il colloquio su Skype è stato uno dei momenti più importanti della mia vita: poche volte ero stata così tesa. È durato un’ora e mi hanno fatto domande di ogni tipo, sulla natura del progetto e di carattere burocratico, per testare il mio effettivo coinvolgimento. Quando ho saputo che ero stata riconosciuta come idonea ho gioito, ma ero anche molto confusa. Il vero lavoro sarebbe iniziato in quel momento». Giuliana è infatti consapevole del fatto che il suo è un progetto molto ambizioso: il suo obiettivo è infatti aprire una scuola dove sia possibile coniugare lezioni di pratica e di teoria e storia della danza, oltre che offrire diverse classi, rivolte a bambini, adolescenti e adulti.

«Ho in mente di avviare anche una classe incentrata sull’interpretazione del personaggio: noi ballerini non recitiamo per professione, ma siamo anche attori, durante le performance, i musical… e voglio formare i miei allievi anche da questo punto di vista». Certo, non sarà facile, perché aprire a ottobre, per una scuola di danza, è una sfida, ma Giuliana sembra essere fiduciosa, conta sul passaparola e sulla pubblicità, a cui sta già lavorando. E l’essenza del progettare sta tutta qui: nel pro-gettarsi, cioè compiere quel balzo che spesso è un salto nel vuoto, e che non sai dove ti porta finché non atterri. Le viene chiesto come vede la sua scuola tra un anno. Risponde: «Grandiosa. So che niente può fermarmi, se la danza è con me. Alla mia età, o si è già con un piano di vita definito, magari sposati e con figli, oppure si è ancora flessibili, con qualche sogno nel cassetto; è la mia situazione, ma in questa circostanza si deve programmare ogni dettaglio senza lasciare nulla al caso. Ecco perché credo che Resto al Sud sia un’occasione bellissima per le persone, soprattutto per chi non ha risparmi, ma si deve avere davvero la voglia di lavorare e di mettersi in gioco». 

Infine, un’ultima domanda sul nome della scuola. «The get down è un omaggio alla storia dell’hip hop. Nel ‘73, alle prime serate di musica hip hop, molti dj del Bronx suonavano due vinili della stessa canzone contemporaneamente; la parte preferita dai ballerini era infatti la parte strumentale, la cosiddetta break time, così il dj metteva il disco sul primo piatto, avviando la parte strumentale, e non appena questa finiva montava l’altro piatto, creando parti strumentali lunghissime. Per orientarsi fra un vinile e l’altro e separare le diverse parti della canzone, tracciava direttamente sul vinile una linea, con un gessetto. Questa linea era chiamata the get down, e indica appunto il momento in cui ci si dava dentro e si ballava».


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