Dissesto, debiti mai passati dal Consiglio comunale «Prassi anomala e irregolare» per aggirare i vincoli

C’è una
prerogativa che il Consiglio comunale ha e che non gli può essere tolta: la possibilità di riconoscere, oppure no, i debiti fuori bilancio. Eppure, a Catania, sembra che le cose siano andate in modo diverso. È questo uno dei punti inediti della deliberazione con la quale la sezione di controllo della Corte dei conti di Palermo chiede a Palazzo degli elefanti di avviare le procedure per la dichiarazione del dissesto economico-finanziario. Nelle 68 pagine che scrivono per spiegare lo stato delle casse del municipio, i magistrati contabili precisano un punto: il senato cittadino è l’organismo che decide se un pagamento proposto dall’amministrazione – e non previsto nel bilancio, quindi extra – è di interesse pubblico. Se non lo è, si può anche decidere che a pagarlo siano i funzionari «che hanno adottato indebitamente i singoli provvedimenti in assenza di un’effettiva utilità». È una questione di garanzia per i cittadini e il meccanismo non dovrebbe incepparsi. Ma se s’inceppa, come sarebbe avvenuto nel capoluogo etneo nonostante gli obblighi di legge, le cose smettono di funzionare.

Quando il Comune di Catania ha risposto alle prime sollecitazioni della Corte dei conti 
inviando le sue memorie difensive, non ha nascosto di avere agito, in alcuni casi, senza passare dall’aula consiliare. Così, su 82,1 milioni di euro di debiti fuori bilancio ancora da riconoscere, 26,9 milioni di euro risultavano già pagati, ancora prima che i 45 consiglieri comunali (adesso ce ne sono dieci in meno) potessero sapere di che si trattava. Una «anomala e irregolare prassi – la definisce la magistratura contabile – che ha contraddistinto la gestione delle spese nel corso degli ultimi esercizi» e che «ha prodotto quale ulteriore conseguenza l’impossibilità di verificare l’effettiva condizione di strutturale deficitarietà dell’ente comunale». 

Proviamo a spiegarlo in maniera più semplice: perché un Comune vada in
dissesto, il suo deficit (al solito: le uscite che superano le entrate) deve essere strutturale. Cioè deve essere ripetuto nel tempo e deve essere, quindi, impossibile da ripianare. Tra i parametri di deficitarietà – vale a dire gli indicatori che permettono di capire quando si è quasi sull’orlo del baratro – ce n’è uno che riguarda proprio i debiti fuori bilancio: quelli riconosciuti in un anno non devono superare, in percentuale, l’1 per cento delle entrate accertate. Ancora più facile: se nelle mie casse entrano cento euro, io posso avere spese non previste al massimo per un euro. Se questa condizione non viene soddisfatta per tre anni, il deficit è strutturale. 

In base a quanto riportato nella deliberazione della Corte dei conti, pagare debiti prima che venissero riconosciuti dal Consiglio potrebbe avere 
permesso a Palazzo degli elefanti di non superare quella soglia. Un fatto che potrebbe comportare la configurazione di «una delle ipotesi tipiche di elusione al fine di aggirare gli ulteriori vincoli di finanza pubblica prefissati dal legislatore». Quello che i magistrati sottintendono, nemmeno troppo velatamente, è che si trattasse di un escamotage. Neanche troppo difficile da scoprire. E già che coi debiti fuori bilancio il Comune non se la passava affatto bene: quegli 80 milioni di euro e spicci, secondo quanto prospettato dal collegio di revisione dei conti nel novembre 2017, avrebbero dovuto essere pagati per buona parte (54 milioni di euro) col ricavato delle alienazioni: la vendita del patrimonio immobiliare municipale, per dirne una. Mai realmente partita. 

«In assenza del necessario riconoscimento dei debiti», prosegue la deliberazione, il Comune ha pagato in virtù di procedure «
transattive» o «regolamenti solutori». In pratica, accordi proposti dai responsabili del Comune, su autorizzazione della giunta municipale, che in alcuni casi non avrebbero previsto «alcun risparmio per l’ente». «Una singolare vicenda» è quella relativa, in questo senso, alla società Europea 92, azienda edile responsabile dei lavori dell’asse viario di San Giovanni Galermo mai compiuti. Per quell’affare il Comune è stato condannato a pagare e ha stipulato due diversi accordi: il primo, nel 2016, mai rispettato. E il secondo, nel 2017, per tentare di mettere una pezza sul buco. In totale, si parla di oltre due milioni e 700mila euro, per i quali viene assunto un impegno di spesa senza copertura finanziaria.


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