Essere a New York e sentirsi a Palermo «Broadway diventa come via Maqueda»

Non so ancora contare quante le volte in cui in questa città mi sia sentito di stare a Palermo. Ci lamentiamo molto o troppo spesso – io per primo -, degli italiani, di noi siciliani, tacciandoci come maleducati e incivili. Come se il resto del mondo possa darci lezioni di civiltà, sempre. Ogni tanto accade, è vero. In altri casi però la realtà è ben diversa e la ignoriamo fintanto che non ne veniamo a conoscenza di persona. Per certe streets e avenues – così è tagliata per lo più New York per chi non vi fosse mai stato – il traffico è davvero insostenibile, gli automobilisti usano il clacson come se piovesse e non disdegnano di urlare a qualche malcapitato che, distratto o sbadato, non si dà una mossa al semaforo. Palermo

Tassisti (non è un’accusa, ma sono davvero tanti i taxi che circolano come una marea gialla per le vie di New York) che si piazzano oltre la linea d’arresto ai semafori o che addirittura passano col rosso appena scattato. Palermo? Poi il miscuglio di negozi, dei banchetti per strada e dei chioschetti minimalisti che vendono cibarie a tema e quell’immondizia diciamo… un po’ fuori posto. Palermo

La Broadway, dal nome tanto altisonante, ai miei occhi si trasforma così in una via Maqueda, almeno salendo da Downtown Manhattan fino a precedere la solita Times Square. Incroci poi quel miscuglio etnico, quella macedonia di razze che ti ricorda certi quartieri di Palermo, colonizzati da varie comunità straniere. Complici anche gli oltre 22 gradi mi sono sentito a casa, non in una accezione negativa, né positiva. Ero a casa e basta, la casa che mi piace, con tutti i difetti che possa avere.


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