Casi sospetti di tubercolosi e scabbia al Policlinico di Palermo hanno innescato una serie di eventi che stanno creando non poche difficoltà al Pronto soccorso del nosocomio universitario. In pratica, sono state bloccate alcune sale per isolare i pazienti in attesa di un esito definitivo degli accertamenti. Questo ha ulteriormente complicato l’attività assistenziale e le […]
Casi sospetti di tubercolosi e scabbia al Policlinico di Palermo: in affanno il Pronto soccorso
Casi sospetti di tubercolosi e scabbia al Policlinico di Palermo hanno innescato una serie di eventi che stanno creando non poche difficoltà al Pronto soccorso del nosocomio universitario. In pratica, sono state bloccate alcune sale per isolare i pazienti in attesa di un esito definitivo degli accertamenti. Questo ha ulteriormente complicato l’attività assistenziale e le visite. Numerose le segnalazioni da parte di pazienti già visitati, ma costretti ad attendere nelle aree ancora libere del Pronto soccorso, ormai in affanno.
«Quando sospettiamo che un paziente possa avere una patologia altamente infettiva lo dobbiamo mettere in isolamento. Non può andare in reparto insieme agli altri, perché rischierebbe di contagiarsi qualora risultasse non infetto», ha precisato a MeridioNews Antonio Cascio, direttore del reparto di Malattie infettive del Policlinico di Palermo.
A complicare ulteriormente la situazione c’è il reparto di Malattie infettive saturo, come fanno sapere dalla direzione sanitaria. «Attualmente siamo impegnati nella valutazione e nell’attuazione delle più idonee soluzioni organizzative – scrivono -, tra cui l’eventuale trasferimento di alcuni pazienti presso altre strutture ospedaliere, al fine di ottimizzare la gestione dei posti letto e ripristinare quanto prima la piena capacità ricettiva del Pronto soccorso».
«In verità, ci troviamo sempre a gestire dei casi di scabbia o tubercolosi, non è questo il nostro problema, ma il fatto che vi sia ancora poca attenzione alle malattie infettive. Il reparto avrebbe bisogno di più spazi, mezzi e personale sanitario», conclude Cascio.