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La Sicilia dei pozzi illegali: la proposta di «sanatoria contro il rischio desertificazione»

«Disseminati per le campagne di ogni provincia della Sicilia ci sono migliaia di pozzi illegali». Un dato preciso non ce l’ha – perché non esiste – nemmeno Tiziano Spada, il deputato regionale del Partito democratico primo firmatario di un disegno di legge per la loro regolarizzazione. «Sappiamo che agire con sanzioni e chiusure determinerebbe il collasso di un settore fondamentale per l’Isola – spiega Spada a MeridioNews -. Ma ignorare il fenomeno porta al rischio di desertificazione». Da qui l’idea di incentivare l’autodenuncia da parte degli stessi agricoltori, con una sanatoria che tuteli il loro lavoro come «custodi produttivi» e faciliti la burocrazia per rientrare nella legalità. Con un doppio vantaggio, pubblico e privato. «La Regione avrebbe una mappatura reale delle risorse idriche – spiega Spada – e gli agricoltori potrebbero accedere ai vantaggi adesso negati».

L’urgenza di regolarizzare i pozzi illegali in Sicilia

Del resto, «pur essendo non censiti e, quindi, illegali, questi pozzi continuano a svolgere la propria attività», sottolinea Spada. La loro regolarizzazione, anche alla luce della crisi idrica di alcuni territori in particolare, diventa urgente per più di un motivo. «Perché, innanzitutto, stare nella legalità darebbe ad agricoltori e imprenditori agricoli la possibilità di accedere a finanziamenti tramite bandi europei e regionali da cui, adesso, sono esclusi». Ma non solo. Non avere contezza di questi pozzi non certificati «rende impossibile – continua il deputato – intervenire con la requisizione per fabbisogni urbani. E preclude anche la possibilità di chiuderli temporaneamente per ripristinare le falde dei pozzi comunali».

Dove si perde il censimento dei pozzi

Una questione storicamente non disciplinata, che crea danni a più livelli nella gestione della risorsa idrica. «Oggi una delle sfide più critiche per il futuro del comparto agricolo in Sicilia – sottolinea Spada -. Un settore che è un pilastro economico e occupazionale dell’Isola e che ne presidia l’identità territoriale e paesaggistica». Finora, però, le politiche di pianificazione e tutela ambientale sono state compromesse dalla diffusa presenza di pozzi trivellati senza autorizzazione o con licenze di attingimento scadute e mai rinnovate. In molti casi, si tratta di opere realizzate in aziende agricole o terreni privati prima dell’introduzione dei moderni vincoli del 1967 e mai censite. «O di interventi per cui – aggiunge il deputato -, pur essendo stato avviato un iter amministrativo, non si è mai arrivati al rilascio della concessione».

La sanatoria con «custodia produttiva»

Il primo ostacolo, in effetti, sono le criticità burocratiche. «L’iter per il rinnovo delle concessioni irrigue – fa notare Spada – ha tempi lunghissimi di istruttoria negli uffici del Genio civile. Il timore di un rifiuto o, peggio, dell’immediata sigillatura del pozzo illegale spinge i produttori a evitare di aprire la pratica». Perché, per molte colture, anche solo qualche settimana di interruzione dell’irrigazione farebbe seccare le piante in modo irreversibile. «È soprattutto la paura del collasso economico a indurre gli agricoltori a rimanere nell’illegalità», spiega il deputato. Così il disegno di legge propone una campagna di censimento volontario gestita dall’Autorità di Bacino. «La novità – spiega Spada – è che, in attesa dell’iter della sanatoria, l’agricoltore viene nominato custode del pozzo ed è autorizzato a continuare il prelievo per salvare le colture». Una «custodia produttiva» che agirebbe da tutela, sospenderebbe le sanzioni e incentiverebbe la messa in regola.

Lo snellimento della burocrazia

Per favorire ulteriormente la regolarizzazione dei pozzi illegali, nel ddl si punta anche a decongestionare gli uffici del Genio civile. Introducendo lo strumento della Segnalazione certificata di inizio attività (Scia). Con il silenzio-assenso a 60 giorni per i rinnovi di licenze e concessioni che non comportino varianti di portata e volume. «Per le piccole aziende, con prelievi inferiori a 3mila metri cubi annui – dice il deputato -, servirà solo una comunicazione ogni 5 anni». Una semplificazione che agevolerebbe la tutela delle falde acquifere e una pianificazione sostenibile della risorsa idrica.


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