La mobilitazione elettorale del boss Galatolo: dal referendum sulla giustizia alle Comunali

Un irriducibile della vecchia Cosa nostra era tornato a dirigere la famiglia mafiosa dell’Acquasanta, a Palermo. Affari e non solo perché il padrino Raffaele Galatolo, condannato all’ergastolo per omicidio e mafia, aveva pure l’obiettivo di fare assumere, in quota ex detenuti, anche il figlio Angelo. Per riuscirci avrebbe fatto campagna elettorale alle Comunali, alle Politiche e persino durante i referendum abrogativi del 2022 sulla giustizia proposti dalla Lega.

Il nome di Galatolo è quello più importante nell’operazione della guardia di finanza che nei giorni scorsi ha messo sotto la lente d’ingrandimento il mandamento mafioso di Resuttana. Il boss 75enne ha trascorso dietro le sbarre 24 anni, dal 1990 al 2014, quando ha iniziato a beneficiare dei primi permessi premio. Vantaggi che, qualche anno dopo, nel 2018, si sono trasformati prima in giorni di licenza da trascorrere a Palermo e poi in un permesso premio straordinario. Il rientro nel capoluogo siciliano, però, secondo le ipotesi degli inquirenti, sarebbe coinciso con l’inizio della sua restaurazione mafiosa.

Galatolo e il presunto accordo con Mimmo Russo

Nell’elenco degli indagati compare di nuovo il sindacalista ed ex consigliere comunale ex Fratelli d’Italia Girolamo Mimmo Russo. Eletto per vent’anni consecutivi al municipio di Palermo, ma sconfitto alle elezioni del 2022. Russo venne arrestato due anni dopo, nel 2024, con l’accusa di concorso esterno e voto di scambio politico-mafioso. Secondo le accuse, in quella campagna elettorale sarebbe stato aiutato dal capo della famiglia mafiosa dello Zen e da un personaggio imparentato con la famiglia mafiosa di Corso dei Mille.

Adesso, in quest’ultima indagine, il nome del politico viene affiancato a quello di Galatolo e di Fabio Todaro, ufficialmente fruttivendolo ma, secondo i pm, intermediario tra il boss e Russo. «Il politico si sta interessando – raccontava Galatolo durante una discussione con un altro uomo – però gli dobbiamo dare i voti». Al padrino poco importava dello schieramento politico dell’aspirante consigliere. Fascista? Con «la Meloni»? «Che ci interessa? – rispondeva Galatolo – Perché gli altri sono più onesti?». L’ambizioso obiettivo di Galatolo sarebbe stato quello di fare ottenere a Russo un totale di 3000 voti. Alla fine non saranno nemmeno mille, ma prima dell’apertura dei seggi i piani erano diversi.

«Si chiama Russo, forse Mimmo… del Borgo – spiegava – dice che è una brava persona. Deve prendere 2800 voti... deve prenderne 3000». Oltre alle Comunali, il 12 giugno 2022, si votava per il referendum sulla Giustizia, un tema che, a quanto pare, stava particolarmente a cuore a Galatolo. «Poi c’è che si vota pure il sì… la giustizia! Chi è che vuole la giustizia nuova, la separazione delle carriere, gli devi mettere il sì! – aggiungendo – Questo è più importante… di dargli il voto a lui… I’hai capito?». Ma se il risultato di Russo è deludente, lo stesso copione si propone per il referendum che non riesce a raggiungere il quorum in nessuno dei cinque quesiti proposti agli elettori.

La mancata assunzione e il tentativo all’ippodromo

Tra il boss Galatolo e il consigliere comunale, stando alla ricostruzione contenuta nei documenti dell’indagine, ci sarebbe stato anche un faccia a faccia a ridosso delle elezioni. In quel frangente, il boss avrebbe parlato al politico del figlio e dell’aspirazione di fargli ottenere un posto di lavoro. «Faccio quello che voglio», avrebbe risposto Russo. Alcuni mesi dopo, però, nulla si è concretizza dando inizio ai mal di pancia del boss per la mancata assunzione. La situazione sembra sbloccarsi nel 2023 quando nelle intercettazione si legge che l’ex consigliere comunale avrebbe provato a inserire Angelo Galatolo in una ditta di pulizie che lavorava all’ippodromo di Palermo.

L’azienda sarebbe stata riconducibile ad Antonio Domino, padre di Claudio, il bambino di 11 anni ucciso il 7 ottobre del 1986 a colpi di pistola in via Fattori a Palermo, proprio davanti alla cartolibreria della famiglia. Scoperto chi era il titolare della ditta, Angelo Galatolo avrebbe prospettato l’esistenza di una sorta di conflitto d’interesse tra un Galatolo e il padre di una vittima di mafia, tanto da rifiutare la presunta offerta. Dopo un po’ di tempo il boss, nel 2024, incontrò il politico e gli disse: «Minc.. a mio figlio lo portasti da quello che fa antimafia». «Io non ho mai visto questo signore e Mimmo Russo, ribadisco, non me l’ha mai segnalato. Lo apprendo solo ora», replicò Domino. 


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