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Il No della Sicilia e il crepuscolo della maggioranza: le reazioni dei partiti al referendum

Il verdetto delle urne per il recente referendum non è solo un dato numerico: per il governo regionale siciliano è un segnale di allarme rosso che lampeggia nel cuore della legislatura. La Sicilia ha risposto con un No schiacciante (60,9 per cento) al quesito sulla riforma della giustizia, tema caro al centrodestra garantista e allo stesso presidente Renato Schifani. Con un messaggio politico chiaro: la sintonia tra il palazzo e l’elettorato è ai minimi storici. Ma il recente voto rappresenta solo lo scossone esterno. La vera erosione del potere si sta consumando tra le mura dell’Assemblea regionale siciliana: dove, ancora di più dopo il referendum, ogni partito e lo stesso Schifani stanno studiando le reazioni degli alleati in vista delle prossime elezioni in Sicilia.

Il referendum in Sicilia: la Waterloo simbolica

Il dato siciliano è il più netto d’Italia. Mentre a livello nazionale il fronte del Sì ha cercato di reggere, in Sicilia il fronte trasversale – Pd, M5s e Sud chiama Nord – ha trasformato la consultazione in un plebiscito contro il governo regionale. Per Schifani, questo risultato significa perdere la copertura del consenso popolare, proprio mentre i suoi alleati iniziano a guardare alle prossime scadenze elettorali con crescente nervosismo. E una frammentazione interna della coalizione, con segnali chiari. Dalla legge di Bilancio approvata per stanchezza – tra mille emendamenti e concessioni ai deputati – al ddl Enti Locali con i gruppi più interessati a pesare la propria forza che a sostenere l’agenda del presidente. IN questo contesto si inserisce

La guerra del Regolamento: l’ultima spiaggia

In questo clima si inserisce il tentativo di modifica del regolamento dell’Ars, per limitare il ricorso al voto segreto. Una mossa dettata dalla disperazione politica, per blindare una maggioranza che non si fida più di se stessa. Se Schifani non riuscirà a imporre questa riforma, ogni ddl futuro sarà una potenziale imboscata legislativa. Trasformando la legislatura in una lunga e tormentata amministrazione ordinaria fino alla naturale scadenza. Neppure priva di terremoti per Schifani, a giudicare dalle reazioni e dalle onde d’urto del referendum all’interno dei singoli partiti della coalizione, che hanno trasformato la Sicilia nel laboratorio della crisi del centrodestra.

Fratelli d’Italia: il socio di maggioranza cerca una nuova guida

I meloniani sono i veri vincitori morali (e politici) del caos. Nonostante la sconfitta al referendum nazionale, in Sicilia Fratelli d’Italia sta usando risultato e reazioni come clava contro Schifani. Il gruppo parlamentare, guidato dal regista Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, ha già dimostrato durante la Finanziaria di non voler più essere un semplice comprimario. Con il voto contrario su norme chiave al sapore di avviso di sfratto. Davanti a Forza Italia indebolita dal voto popolare, FdI punta ora apertamente alla presidenza della Regione per il prossimo turno. O, quantomeno, a un rimpasto che garantisca loro gli assessorati pesanti – Sanità e Infrastrutture -, oggi in mano ai fedelissimi del governatore. Rimpasto già annunciato in due parti ma che, dopo la débâcle referendaria, potrebbe essere di nuovo al punto di partenza.

Forza Italia: la roccaforte sotto assedio di Schifani

Per Forza Italia, il partito del presidente Schifani, il post-referendum è un inverno politico. Il presidente si ritrova a essere il difensore di una linea centrista che il recente voto ha rigettato. La sconfitta sul tema della giustizia, identitario per gli azzurri, toglie al governatore l’ultima bandiera ideologica con cui compattare la truppa. All’interno di Forza Italia cresce la fronda di chi teme di restare schiacciato tra il sovranismo di FdI e il civismo di Cateno De Luca. Il rischio è una fuga verso il gruppo misto o le formazioni centriste (come la ex-Dc di Cuffaro) per garantirsi la rielezione. Lasciando Schifani con una maggioranza di carta all’Ars.

La Lega: il terzo incomodo in crisi d’identità

La Lega di Matteo Salvini, in Sicilia, vive un paradosso: ha sostenuto la riforma della giustizia con più vigore di tutti, subendo quindi la batosta più dura. Schiacciata tra l’egemonia di FdI e la resistenza di FI, la Lega siciliana è oggi l’anello debole. Il No massiccio dell’Isola certifica che il messaggio del Carroccio non fa più breccia nell’elettorato meridionale, che deve ancora deglutire l’effetto Vannacci. Per non sparire, la Lega potrebbe iniziare a votare sistematicamente con le opposizioni su temi sociali (come precari e agricoltura) per recuperare consenso, rendendo l’Ars del tutto ingovernabile.

Una divisione ormai strategica

Il dato politico più inquietante per Palazzo d’Orleans è che la frammentazione della maggioranza non è più solo tattica – legata a singole prebende nel bilancio -, ma è diventata strategica. FdI e Lega sanno che restare troppo legati a un governo bocciato dal referendum potrebbe essere letale. Renato Schifani si trova così davanti a un bivio: subire il logoramento dei colonnelli della sua maggioranza o tentare un rilancio radicale, magari attraverso un rimpasto in discontinuità. In ogni caso, in uno spazio di manovra ristretto: tra l’opposizione ringalluzzita dal voto referendario e guidata da Cateno De Luca che già evoca il ritorno alle urne.


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