La presentazione del nuovo saggio del professor Frazzetto ha costituito loccasione per parlare del filo sottilissimo che lega ciò che è stato al volto di ciò che una città, una regione e tanta gente possono ancora essere. Un saggio per parlare di una realtà consolidatasi nel tempo ed affermatasi come simbolo di una città risorta, Gibellina
Il futuro dellidentità
‘Il futuro dell’identità’ il titolo dato all’incontro che si è tenuto presso l’aula Magna del Rettorato. Un appuntamento inserito nel programma di incontri di “Circuiti Culturali”, associazione che si prefigge di “mettere a contatto e in permanente dialogo l’Università con quelle che sono le contraddizioni, i conflitti e gli spunti che la società offre” come lo stesso Professore e Prorettore Antonio Pioletti ha ricordato. Discutere d’identità perduta, di mescolanze etniche e culturali, di fatti storici che grazie alla mano artististica di alcuni coraggiosi ha ridato vita ad una piccola cittadina che nel lontano ’68 venne rasa al suolo dal terremoto che colpì la vale del Belice. Filo conduttore di questo dialogo aperto il nuovo saggio ‘La mano e la stella’ del professore Giuseppe Frazzetto, docente di Storia dell’Arte alla la Facoltà di Lingue e letterature straniere e all’Accademia di Belle Arti di Catania. La mano di una bambina e la stella, l’irragiungibile. Un saggio che ripercorre la storia di Gibellina, dalle lotte iniziali fino alla nascita delle grandi iniziative. Una città risorta dalle macerie, rinata dalla morte, affinché si potesse ‘Dalla morte fare nuova vita’ afferma Ludovico Corrao, presidente dell’associazione ‘Orestiadi’ e padre di Gibellina. Attraverso l’arte una nuova tradizione ha visto la luce, raccogliendo dal passato e aprendosi al nuovo per fare emergere dalle macerie la tradizione fondendola alla sperimentazione e al coraggio di ricominciare dall’inizio, lontano dagli schemi vigenti all’epoca del disastro sismico. Per via delle colate di cemento che avrebbero dato un volto di nuova morte alle città ricostruite, Gibellina, più che un agglomerato di casupole formato standard, stava per diventare un centro industriale. Ma il ‘sacro’ si è mescolato alla gente, il sacro delle chiese, dell bello, delle opere d’arte del passato e non della memoria avvizzita. Così tra le macerie si è scavato per creare il nuovo ma anche per cercare ciò che è stato.
A contestualizzare l’incontro e il tema di Gibellina, l’intervento del professor Luciano Granozzi, docente di Storia Contemporanea della facoltà di Lingue. Attraverso la lettura di alcuni passi del libro ‘Le città invisibili‘ di Italo Calvino, il professore ha tracciato il panorama culturale in cui il miracolo Gibellina ha avuto le sue origini. Nei primi anni ’70, gli agglomerati urbani avevano due volti: quello della città ortogenetica, che in Calvino prende il nome di Zaira, città nostalgica e ripiegata nel ricodo; oppure la il volto della città eterogenetica, aperta al dialogo con il futuro, pronta a sperimentare su se stessa. In questo quadro socioantropologico spiccano Gibellina e il coraggio di un uomo che insieme a grandi artisti ha dato alla città un volto nuovo frugando nel passato.
La dicotomia nuovo-antico è un tema sempre presente nell’opera che l’associazione Orestiadi mette in atto. Una trama sottile di tradizioni arabe che si mescolano a quelle siciliane di cui sono figlie e sorelle. Ripescando dal passato in maniera tonda, senza tralasciare quello che storicamente spesso viene relegato in poche parole, l’associazione Orestiadi ci ricorda che quello è volto della regione e di tutti noi. Una visione tangibile di tutto questo la dà il “Museo delle Trame Mediterranee”. Come ci dice lo stesso direttore, Enzo Fiammetta, all’interno del museo il percorso espositivo è studiato in maniera tale da mescolare, fondere e intrecciare momenti diversi della stoia siciliana e mediterranea: un’opera contemporanea può essere affiancata ad un oggetto del 1200. L’antico, ancora una volta, si fonde al nuovo in un percorso che si propone di tessere l’identità di una regione intera, e non solo di un paese dell’Agrigentino.
Sono passati quasi quarant’anni dai quei tragici giorni di distruzione e morte. Oggi questa terra è diversa. Se da una parte continuano ad esistere realtà di disagio che attendono di essere redente, dall’altra l’arte è riuscita a dar vita a una nuova identità, della città e dell’intera regione, ripescandola dalle macerie. Gibellina è lo specchio in cui innumerevoli civiltà si sono specchiate, e in cui i paesi dell’area mediterranea continuano a riconoscersi.