Formazione: “Vengo anch’io?”. “No tu no!”

LA ‘MITICA’ ANNA ROSA CORSELLO RISPOLVERA E ATTUA CONTRO I DIPENDENTI DEL SETTORE UNA VECCHIA CANZONE DI ENZO IANNACCI…

Il Governo Crocetta privatizza gli uffici dell’assessorato regionale per l’Istruzione e la Formazione professionale e nega l’accesso al cittadino. È quanto emerge dalla decisione assunta dalla dirigente generale del dipartimento al ramo, Anna Rosa Corsello. Da quanto sembra, da ieri, il dipartimento regionale della Formazione professionale non è più un ufficio pubblico (ma lo è stato?).

A stabilirlo una nota a firma proprio della dottoressa Corsello che riportiamo per esteso:

“Per ragioni di ordine pubblico relative alle continue incursioni di dipendenti degli enti di formazione professionale nei locali del dipartimento si dispone, con decorrenza immediata, che l’accesso ai locali del dipartimento sia consentito esclusivamente ai legali rappresentanti degli enti di formazione professionale o soggetti da essi espressamente delegati nonché ai rappresentanti delle organizzazioni sindacali rappresentative dei dipendenti degli enti medesimi”.

Sindrome da onnipotenza o cosa? Nessuno poteva immaginare che un ufficio pubblico potesse essere inibito al cittadino. Eppure la nota è affissa nella bacheca posta all’entrata dell’assessorato regionale Formazione professionale di viale Regione siciliana a Palermo e da stamattina impedisce l’accesso a chiunque risponda alla descrizione di operatore della Formazione professionale.

Il cittadino, ed in questo caso il lavoratori della formazione professionale, deve avere la possibilità di accedere all’ufficio protocollo ed in ogni caso all’Ufficio relazioni col pubblico per avere notizie sugli atti amministrativi che lo riguardano. E’ la legge a prevederlo. Invece da stamattina ci si scopre discriminati, ghettizzati, isolati come esseri immondi e lebbrosi.

Pazzesco leggere la parola “incursioni”. Ne chiediamo alla dottoressa Corsello il significato, perché se vi sono stati casi di introduzione illegale di lavoratori, questi vanno identificati e perseguiti. Diversamente, in un paese democratico la discriminazione razziale è un gravissimo reato. Lede i principi di democrazia. La verità è che siamo di fronte ad un rovinoso scivolone sulla buccia di banana che vede la dottoressa Corsello come unica protagonista di una caduta senza precedenti.

Quello che registriamo è l’adozione di un provvedimento amministrativo che attua una clamorosa discriminazione tra cittadini, autorizzando alcuni ad accedere negli uffici, ed escludendone altri.

Ed è davvero paradossale commentare le conseguenze di questo gesto inspiegabile. Succede infatti che quei lavoratori della Formazione professionale che si dovessero trovare, oggi, nella circostanza di dover tutelare un proprio diritto o interesse in contrasto con il proprio ente formativo (controparte datoriale), e magari non dovessero essere iscritti ad alcun sindacato, dato che non è obbligatorio farsi rappresentare da una organizzazione sindacale, si troveebbero inibiti all’esercizio della difesa a causa della nota a firma della dottoressa Corsello che preclude l’accesso agli uffici pubblici dell’assessorato.

Se pensiamo che, sui circa dieci mila lavoratori che operano nel sistema formativo regionale, solamente il trenta per cento, o giù di lì, è sindacalizzato, la decisione della dottoressa Corsello impedisce l’accesso a sette mila operatori della Formazione professionale. Che ne pensa il presidente cella Regione Rosario Crocetta? È stato avvisato? Ha condiviso la decisione? Oppure avrebbe già avanzato il proposito di silurare il dirigente generale sofferente di sindrome da onnipotenza?

Si può limitare l’accesso agli uffici pubblici individuando giornate prestabilite e fasce orarie, di certo non impedire completamente il contatto con gli uffici da parte dei cittadini. Regolamentare l’accesso si può fare, è discriminazione pura, invece, inibirlo ad intere categorie sociali.

La decisione della dirigente generale del dipartimento Formazione professionale appare fortemente in contrasto con la normativa vigente in materia di accesso agli atti della pubblica amministrazione e va nella direzione opposta a quanto il legislatore nazionale e regionale nel corso degli ultimi decenni ha prodotto in termini normativi per avvicinare il cittadino alle istituzioni, rendere trasparente l’operato degli uffici pubblici, semplificando anche le procedure di accesso.

È sufficiente richiamare all’attenzione il ruolo che la legge affida all’Ufficio per le relazioni con il Pubblico (Urp).

L’introduzione degli Urp nell’ordinamento italiano si colloca nella più ampia cultura della trasparenza amministrativa e della crescente attenzione verso la qualità dei servizi ed il rapporto istituzioni-cittadini.

Il decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, all’articolo 12 come integrato dall’articolo 11 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, infatti, istituisce gli URP rispondendo alla duplice esigenza, espressa dalle precedenti leggi n. 241/1991 e n. 142 del 1990, di garantire la trasparenza amministrativa e la qualità dei servizi, e di fornire uno strumento organizzativo adeguato alle esigenze di attuazione delle funzioni di comunicazione istituzionale e contatto con i cittadini.

Con la legge 7 giugno 2000, n. 150, in materia di comunicazione e informazione pubblica, portando a compimento l’evoluzione normativa avviata con le riforme degli anni ’90, si conferma il ruolo dell’Urp, la cui struttura è dedicata alle attività di comunicazione.

La decisione della dottoressa Corsello appare scandalosa anche in merito al contrasto netto con l’evoluzione del quadro normativo costituito dalla legge 21 febbraio 2014, n.9, dalla legge 9 agosto 2013 n.98, dalla legge 11 febbraio 2011, n.15, dalla legge 18 giugno 2009, n.69, dal decreto del presidente della Repubblica n.445/2000, dal decreto del presidente della Repubblica n.184/2006, dalla legge regionale 5 aprile 2011, n.5 in materia di trasparenza, semplificazione, efficienza e informatizzazione della pubblica amministrazione, dalla legge n.10/1991 e dal decreto del presidente della Regione n.12/98.

Sperando di fare cosa gradita alla dottoressa Corsello, è il caso di ripercorrere l’iter previsto per l’accesso agli atti della pubblica amministrazione regionale e quindi agli uffici dei dipartimenti della Regione siciliana.

Cominciamo col dire che il diritto di accesso è il diritto ad esaminare, prendere visione o ad estrarre copia di atti o documenti amministrativi. Il diritto di accesso “costituisce principio generale dell’attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l’imparzialità e la trasparenza”.

Ed è anche utile sapere che possono esercitare il diritto di accesso “tutti i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi pubblici o diffusi che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l’accesso”.

Per accedere agli atti detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse il cittadino deve avanzare una richiesta di accesso proprio all’Ufficio relazioni col Pubblico.

È l’Urp che provvederà ad inviare la richiesta alla Struttura dipartimentale di competenza “che ha formato il documento e che lo detiene stabilmente”.

Il diritto di accesso si esercita in maniera informale o formale.

L’accesso informale si esercita, anche mediante richiesta verbale, quando è possibile provvedere immediatamente all’esibizione del documento per il quale viene richiesto l’accesso o alla sua riproduzione. L’interessato deve indicare gli estremi del documento oggetto della richiesta, ovvero i dati e gli elementi che ne consentano l’individuazione (es. data, protocollo etc.), comprovare l’interesse connesso all’oggetto della richiesta indicando per quale motivo e a che titolo si chiede l’accesso; dimostrare la propria identità e, se è il caso, dimostrare i propri poteri rappresentativi.

L’accesso formale si esercita, quando non è possibile l’accoglimento immediato della richiesta in via informale, tramite richiesta formale scritta indirizzata all’Urp dell’assessorato competente per materia.

Da oggi gli operatori del settore formativo oltre agli stipendi debbono rinunciare all’informazione trasparente che gli uffici negheranno per via della decisione della dottoressa Corsello di chiudere i cancelli dell’assessorato agli “incursori” della Formazione professionale.

Questa sì che è “Rivoluzione”. Al contrario, però.


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