Dio salvi Re Murray

Ci sono voluti due settimane di giochi d’artificio per arrivare alla finale che tutti prevedevano e per assistere all’esito che tutti desideravano. Dopo 77 anni un suddito, per quanto ribelle, della graziosa maestà Elisabetta II, è tornato a trionfare sui sacri prati di Church Road, conquistando il proprio personale Graal. Andy Murray non è certo uno passato di qui per caso. Già vincitore di Slam (New York, appena 9 mesi fa) trionfatore alle Olimpiadi, vinte proprio qui a Wimbledon, numero due del mondo, lo scozzese prima o poi ce l’avrebbe fatta. L’anno scorso solo lo smisurato orgoglio e l’incredibile talento di Roger Federer lo fece piangere in finale, ma stavolta, trovatosi di fronte Novak Djokovic, grandissimo fuoriclasse ma “normale” numero 1 del mondo e non una leggenda che cammina, Andy lo ha praticamente travolto. Certo, è stata una partita dura e il serbo è stato avanti in tutti e tre i set ma il risultato non è mai sembrato seriamente in discussione. Al massimo si temeva per la tenuta psicologica di Murray, in uno sport che “non è finito fino a quando non è finito” e che sul 54 e 40/0 del terzo ha offerto ulteriori palpiti. Ma lo scozzese ha tenuto e il lungo digiuno dei britannici si è concluso.

Il torneo di quest’anno verrà ricordato a lungo. Subito fuori i dominatori degli ultimi anni, Federer e Nadal, persi per strada Tsonga e le giovani speranze come Dimitrov, gli ultimi giorni sono stati più “normali”. Il torneo femminile è stato invece un susseguirsi di sorprese. Prima è andata fuori la Sharapova – della Errani, che da oggi sarà a Palermo insieme alla Vinci, alla Pennetta e alla Knapp, meglio non parlare – poi è saltata addirittura Serena Williams fino alle sconfitte della Kvitova e della Radwanska, la vittoria finale è andata alla francese Marion Bartoli, giocatrice con un tennis anomalo ma di rara intelligenza tattica.

Un po’ di gloria anche per i nostri colori, grazie alla vittoria nel torneo juniores del predestinato Quinzi. Ma è ancora presto per esultare, il passaggio tra i grandi è riuscito solo a gente come Federer o Edberg.Non ci sembra questo il caso.


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Ci sono voluti due settimane di giochi d'artificio per arrivare alla finale che tutti prevedevano e per assistere all'esito che tutti desideravano. Dopo 77 anni un suddito, per quanto ribelle, della graziosa maestà elisabetta ii, è tornato a trionfare sui sacri prati di church road, conquistando il proprio personale graal. Andy murray non è certo uno passato di qui per caso. Già vincitore di slam (new york, appena 9 mesi fa) trionfatore alle olimpiadi, vinte proprio qui a wimbledon, numero due del mondo, lo scozzese prima o poi ce l'avrebbe fatta. L'anno scorso solo lo smisurato orgoglio e l'incredibile talento di roger federer lo fece piangere in finale, ma stavolta, trovatosi di fronte novak djokovic, grandissimo fuoriclasse ma "normale" numero 1 del mondo e non una leggenda che cammina, andy lo ha praticamente travolto. Certo, è stata una partita dura e il serbo è stato avanti in tutti e tre i set ma il risultato non è mai sembrato seriamente in discussione. Al massimo si temeva per la tenuta psicologica di murray, in uno sport che "non è finito fino a quando non è finito" e che sul 54 e 40/0 del terzo ha offerto ulteriori palpiti. Ma lo scozzese ha tenuto e il lungo digiuno dei britannici si è concluso.

Ci sono voluti due settimane di giochi d'artificio per arrivare alla finale che tutti prevedevano e per assistere all'esito che tutti desideravano. Dopo 77 anni un suddito, per quanto ribelle, della graziosa maestà elisabetta ii, è tornato a trionfare sui sacri prati di church road, conquistando il proprio personale graal. Andy murray non è certo uno passato di qui per caso. Già vincitore di slam (new york, appena 9 mesi fa) trionfatore alle olimpiadi, vinte proprio qui a wimbledon, numero due del mondo, lo scozzese prima o poi ce l'avrebbe fatta. L'anno scorso solo lo smisurato orgoglio e l'incredibile talento di roger federer lo fece piangere in finale, ma stavolta, trovatosi di fronte novak djokovic, grandissimo fuoriclasse ma "normale" numero 1 del mondo e non una leggenda che cammina, andy lo ha praticamente travolto. Certo, è stata una partita dura e il serbo è stato avanti in tutti e tre i set ma il risultato non è mai sembrato seriamente in discussione. Al massimo si temeva per la tenuta psicologica di murray, in uno sport che "non è finito fino a quando non è finito" e che sul 54 e 40/0 del terzo ha offerto ulteriori palpiti. Ma lo scozzese ha tenuto e il lungo digiuno dei britannici si è concluso.

Ci sono voluti due settimane di giochi d'artificio per arrivare alla finale che tutti prevedevano e per assistere all'esito che tutti desideravano. Dopo 77 anni un suddito, per quanto ribelle, della graziosa maestà elisabetta ii, è tornato a trionfare sui sacri prati di church road, conquistando il proprio personale graal. Andy murray non è certo uno passato di qui per caso. Già vincitore di slam (new york, appena 9 mesi fa) trionfatore alle olimpiadi, vinte proprio qui a wimbledon, numero due del mondo, lo scozzese prima o poi ce l'avrebbe fatta. L'anno scorso solo lo smisurato orgoglio e l'incredibile talento di roger federer lo fece piangere in finale, ma stavolta, trovatosi di fronte novak djokovic, grandissimo fuoriclasse ma "normale" numero 1 del mondo e non una leggenda che cammina, andy lo ha praticamente travolto. Certo, è stata una partita dura e il serbo è stato avanti in tutti e tre i set ma il risultato non è mai sembrato seriamente in discussione. Al massimo si temeva per la tenuta psicologica di murray, in uno sport che "non è finito fino a quando non è finito" e che sul 54 e 40/0 del terzo ha offerto ulteriori palpiti. Ma lo scozzese ha tenuto e il lungo digiuno dei britannici si è concluso.

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