Pesca, l’UE abbandona il Mediterraneo

di Giuseppe Messina

Pesca in Sicilia: l’unica ricetta per rendere efficace l’applicazione di regole condivise per la sostenibilità del Mare Mediterraneo è quella di affidare la gestione della fascia costiera ai pescatori.

La ricetta per riorganizzare il settore della pesca passa, insomma, da una riforma comunitaria concertata, che tenga conto cioè delle diverse specificità mediterranee, ritenendo che i piani di gestione pluriennali siano già una risposta adeguata all’esigenza di una gestione adatta alle diverse condizioni dei diversi mari europei.

Ciò che amareggia di più è il dovere constatare che gli intenti dichiarati nel ‘Libro Verde’ sulla “regionalizzazione” non siano stati trasposti, ad oggi, nelle proposte di regolamento sulla Riforma della Politica comune della pesca (Pcp). E questa è una grande responsabilità che la Commissione Europea ha assunto in fase preparatoria.

Si riscontra come l’attuale mancanza di un quadro di governance regionalizzata nella proposta di riforma della Politica comune della pesca (PCP) renda carente e difficoltoso il processo di adeguamento riferito alle diverse specificità mediterranee e riduce i margini di flessibilità e adattamento di misure in linea di principio condivisibili.

Sulla regionalizzazione si gioca il futuro della pesca artigianale e dei pescatori. Se l’Unione Europea nella progettazione dei piani di gestione e nell’individuazione di misure tecniche dovesse applicare il criterio degli “atti delegati”, senza una preventiva fase di consultazione con gli Stati membri, ci troveremmo di fronte ad un concreto tentativo di concentrazione dei poteri. Il che significherebbe derubare il pescatore del proprio ruolo che era e deve continuare ad essere centrale nel processo riformatore.

Esiste il fondato rischio che le proposte avanzate del Commissario per la pesca Damanaki si possano rivelare troppo distanti dalle realtà e dalle necessità delle zone regionali coinvolte.

L’auspicio è che vengano introdotti dall’Unione Europea aggiustamenti utili ad un decentramento decisionale finalizzato a rafforzare il ruolo e il funzionamento di una governance regionalizzata che, raccogliendo le necessità di ciascuna regione marinara e le rispettive diversità, possa contribuire a fornire risposte adeguate alle aspettative della riforma.

La sostenibilità del mare Mediterraneo quindi non può prescindere da una corrispondente sostenibilità dei redditi dei pescatori. Purtroppo permane ancora oggi, nonostante il fallimento del precedente impianto normativo, l’orientamento della politica comunitaria verso i mari del Nord. La pesca artigianale, con la sua dimensione mediterranea, trova nella riforma, pertanto, solo una parziale risposta alle proprie esigenze.

Il dibattito, per esempio, sulle concessioni di “diritti di pesca trasferibili”, che rischierebbero di concentrarsi nelle mani di poche aziende e di trasformarsi in uno strumento di speculazione finanziaria, e il divieto dei rigetti in mare, fa emergere una pericolosa ulteriore penalizzazione per la pesca artigianale, le cui ripercussioni ricadrebbero sui pescatori.

Servono, invece, chiarezza e certezze di regole che attivino un concreto processo di valorizzazione delle specificità locali.

Confortano le dichiarazioni dei giorni scorsi del Ministro Catania che si è detto favorevole alla regionalizzazione, mentre lo stesso ha espresso dubbi sulla trasferibilità delle concessioni per ridurre la sovra capacità. In particolare, ha dichiarato la netta contrarietà alla trasferibilità di questi diritti da un Paese membro all’altro, precisando, invece, che a livello nazionale occorre evitare la migrazione massiccia di diritti che si verrebbero a concentrare solo in alcune zone.

In tutto questo cosa stiano facendo i parlamenti europei, eletti in Sicilia, per contrastare una impostazione nordista e poco attenta al mediterraneo da parte dell’Unione Europea politica sul settore della pesca non è dato sapere.

Resta l’incognita del governo regionale che appare totalmente fuori dal confronto sul futuro della pesca siciliana, atteggiamento che trova conferma in una posizione che appare non chiara in merito alla presentazione, in sede comunitaria, di una nuova programmazione della pesca incentrata solamente sul ruolo mediato del Distretto produttivo della pesca, lasciando, di fatto e nella sostanza, fuori gli attori locali (stakeholder) organizzati come le associazioni di rappresentanza dei pescatori ed della piccola pesca artigianale. Una posizione estrema che difficilmente può condividersi.

Nessuna avversità al Distretto produttivo della pesca, ma soltanto la necessità di meglio chiarire ruoli e competenze per il bene del settore e della sua futura sussistenza.

Trattasi, quello del Distretto, di uno strumento utile al settore, peraltro originato da una previsione normativa, che ha mostrato però, in questi anni, una chiara connotazione elitaria: quella di compagine associativa al servizio della grande pesca industriale, delle industrie di trasformazione e del commercio internazionale. Ragionamento che trova conferma proprio nell’analisi dei risultati emersi dalla recente esperienza di Slow Sea Land, manifestazione che ha visto la partecipazione di diverse realtà dell’agroalimentare (produttori di vino, olio, dolci, formaggi, grano, etc.) e l’assenza dei pescatori, i quali sono consapevoli che l’iniziativa non ha apportato alcun beneficio al settore.

Ragionamento che trova fondamento anche nei diversi accordi e protocolli siglati dal Distretto produttivo della pesca con diversi Stati africani che nessun beneficio potranno avere per i pescatori della pesca artigianale.

Un ulteriore scivolone, quello del governo regionale, che rischia di pregiudicare gli equilibri i gia’ di per se’ precari – in seno al settore della pesca in Sicilia.

Foto sopra a sinistra tratta da impresasicilia.net

Foto dei pesci, a destra, tratta da yesnews.it

 

 


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