Il Trovatore/Timeline: periglioso viaggio nel tempo

Che Manrico non sia un fulmine nel capire anche ciò che sarebbe chiaro ad un quoziente intellettivo di 70 (limite per definire il ritardo mentale) è risaputo. Che Azucena sia un personaggio oscillante tra il delirio ossessivo e la lucidità furba di una volpe è noto a tutti i melomani. Che tutti i personaggi del “Trovatore” si muovano in un antro da tregenda, più esistenziale che materiale, è il nòcciolo del racconto stesso, quello che ha fatto commuovere gli appassionati del melodramma e che ha dato ricco materiale ai detrattori di quest’opera (primo tra tutti Wagner).

Comunque lo si voglia guardare, “Il Trovatore” è un capolavoro dell’opera lirica. Grazie sicuramente alle sublimi melodie verdiane, ma grazie anche al lavoro colto, instancabile fino al limite del sacrificio, del librettista Salvatore Cammarano.

Non intendiamo soffermarci sul contenuto o sulla musica dell’opera; per chi l’apprezza, infatti, non vi è critica che tenga; per chi la trova melodrammatica, al limite del ridicolo, non vi è pregio sufficiente.

Il punto della questione è l’edizione 2011 andata in scena qualche settimana fa al Teatro Massimo di Palermo. Il primo aspetto che saltava subito all’occhio, già dall’aprirsi del sipario, è l’ambientazione storica: una vicenda accaduta nel clima culturale e sentimentale della medioevale langue d’oc è stato trasposto nel XIX secolo delle guerre di Indipendenza con personaggi vestiti da divise che non avrebbero sfigurato nella Guerra di Secessione, ma di un rosso garibaldino che con il “grigio e il blu” dei nordisti e dei sudisti ben poco aveva a che fare.

Se ciò non fosse abbastanza (in fondo abbiamo visto il “Don Giovanni” di Mozart ambientato nei caffè-postriboli del ‘900 e Donna Elvira diventare una prostituta di basso bordo), il contrasto diventava stridente, al limite del ridicolo, quando Leonora era, suo malgrado, costretta a cantare di avere visto Manrico per la prima volta nei tornei (garibaldini-lealisti?), con il cimiero e lo scudo bruno (per difendersi forse dalle pallottole dei fucili?) e, colmo dei colmi, nella sua prima aria lo invoca come il “Trovatore” con il liuto: siamo forse a “Un Ballo in Maschera”, altra grande opera di Giuseppe Verdi?

Noi siamo semplici melomani, sicuramente senza pretese, ma seguiamo l’opera lirica da oltre 20 anni, in una città – Palermo – che ha avuto nel teatro Massimo uno dei luoghi di rappresentazione più importanti per la lirica. Non a caso il loggione palermitano è, da sempre, molto temuto dai cantanti.

Ciò posto, abbiamo seguito varie rappresentazioni, anche con trasposizioni storiche azzardate; e abbiamo sempre ritenuto che queste siano sempre un errore: un’opera è concepita dall’artista in un preciso contesto storico-sentimentale e culturale e, per tale, andrebbe rispettato. Se non altro perché il ridicolo dell’anacronismo è sempre dietro l’angolo.

Se proprio la dobbiamo dire tutta, a noi questa rappresentazione ci ha ricordato un po’ il romanzo “Timeline” di Michael Crigthon (dal quale è stata tratto un celebre film) dove i protagonisti hanno rischiato di non uscire vivi dal viaggio nel tempo (al teatro Masssino di Palermo, per fortuna, il regista e, soprattutto, gli attori si sono limitati ad arrampicarsi sugli specchi…).

Non finisce qui. Negli atti successivi della rappresentazione – ovviamente parliamo sempre del “Trovatore” – l’estro del regista si è manifestato nella movimentazione delle masse, che in Verdi non è roba da poco, considerata l’importanza che il ‘Cigno di Busseto’ di dà ai cori. Ad esempio, nell’ultima scena del primo atto (secondo la divisione data all’opera in questa edizione) i soldati del Conte di Luna, appostati per tendere un’imboscata a Donna Leonora scortata dalle suore, invece di stare militarmente e dignitosamente nascosti, facevano continuamente ‘capolino’ sulla scena, come i monelli delle migliori comiche.

Né più edificante è stata la scena successiva, quando, comparso Manrico redivivo in scena, invece di rispettare la descrizione scenica, che prevede tutti attoniti, poiché credevano lo stesso morto, i soldati, disposti in secondo piano, non solo non stavano fermi, ma sembravano addirittura ballare il valzer con le  suore.

Visto il contesto insurrezionale, l’intenzione era forse quella di far sembrare che le suore venivano “sottomesse” dai soldati, ma il risultato era che l’unico attonito rimaneva lo spettatore di fronte a siffatto risultato scenico. E, ciliegina sulla torta (ma ve lo dobbiamo proprio raccontare?), per ben due volte il coro è andato veloce rispetto all’orchestra, perdendo così il ritmo. La seconda volta, poi, la perdita del ritmo è stata plateale: tanto che il direttore d’orchestra, disperato, ha cominciato a picchiettare con il dito indice sul proprio orecchio sinistro, guardando significativamente il coro per invitarlo a riprendere il ritmo. Una vera tragedia! (A parte una madre che uccide il figlio e un fratello che  uccide il fratello, in questa edizione abbiamo avuto un coro che ha ucciso la musica).

E non è ancora tutto: le suore (quelle di cui sopra, quando ancora non avevano incontrato i soldati per il valzer) entrando in scena, invece di portare delle candele, come tutte le suore che si rispettino, portavano delle lanterne di carta, con un effetto complessivo piuttosto orientaleggiante, che non si è capito come potesse entrare nel già abbastanza confuso contesto storico-geografico. Ma tanto zucchero non guasta bevanda (più guasta di così!).

Pensiamo di avere detto un po’ tutto quello che abbiamo notato di bello e, soprattutto, di strano. Dobbiamo aggiungere che i cantanti sono stati molto bravi (anche se la voce della soprano, per quanto bella, non era perfetta in questo ruolo di soprano lirico). Forse se la regia fosse stata più attenta e meno ‘modernista’ nelle temerrarie trasposizioni, il risultato sarebbe stato notevole da tutti i punti di vista. C’è sempre tempo per recuperare.


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Che manrico non sia un fulmine nel capire anche ciò che sarebbe chiaro ad un quoziente intellettivo di 70 (limite per definire il ritardo mentale) è risaputo. Che azucena sia un personaggio oscillante tra il delirio ossessivo e la lucidità furba di una volpe è noto a tutti i melomani. Che tutti i personaggi del “trovatore” si muovano in un antro da tregenda, più esistenziale che materiale, è il nòcciolo del racconto stesso, quello che ha fatto commuovere gli appassionati del melodramma e che ha dato ricco materiale ai detrattori di quest’opera (primo tra tutti wagner).

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