Messina Denaro, arrestati 12 fiancheggiatori del boss
Latitanza sostenuta pure con speculazioni immobiliari

Pamela Giacomarro

Cronaca – C'è anche il re dell'eolico Vito Nicastri tra la dozzina di persone destinatarie delle custodie cautelari emesse dal gip di Palermo, su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia. Le indagini hanno riguardato la compravendita di un'azienda agricola e investimenti anche nel settore della ristorazione e del legname

Una mafia compatta, che continua a fare affari, puntando sull’innovazione. È questo il ritratto di Cosa nostra trapanese tracciato dagli investigatori nel corso della conferenza stampa sull’operazione messa a segno nella notte dai carabinieri del comando provinciale di Trapani, del Ros e della Direzione investigativa antimafia che ha portato in carcere 12 persone. Tra di loro, il signore del vento, l’imprenditore Vito Nicastri. Il re dell’eolico è stato arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa

Al centro delle indagini, condotte dalla Dda di Palermo, una speculazione immobiliare realizzata attraverso l’acquisto, in un’asta giudiziaria, di una vasta tenuta agricola che insiste in località Pionica, nel comune di Santa Ninfa. Partendo da questo episodio, gli investigatori sarebbero riusciti a ricostruire le attività della cosca di Trapani e la rete di protezione a sostegno del boss Matteo Messina Denaro. «L’arresto del latitante resta la priorità - ha sottolineato il colonnello Stefano Russo - ma non bisogna trascurare tutto quello che gli gira intorno. Le famiglie mafiose del territorio vanno controllate. Cosa Nostra è una sola e va combattuta». 

Tra gli arrestati ci sono anche i reggenti delle famiglie mafiose di Vita e Salemi, Salvatore Crimi e Michele Gucciardi, il fratello di Nicastri, Roberto, e il figlio del boss di Calatafimi, Girolamo Scandariato. Crimi e Gucciardi avrebbero avuto un ruolo di spicco nella gestione della speculazione immobiliare realizzata attraverso l’acquisto della tenuta agricola poi rivenduta ad alcuni imprenditori di San Giuseppe Jato. L’azienda agricola finita nel mirino degli uomini di Cosa nostra è di proprietà della moglie di Antonio Salvo, cugino dei noti esattori salemitani Ignazio e Nino. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, venne acquistata all’asta da Roberto Nicastri, ritenuto prestanome del fratello Vito, e rivenduta alla società Vieffe per 530mila euro. Il prezzo reale della vendita dei terreni per gli inquirenti sarebbe stato notevolmente superiore a quello dichiarato negli atti notarili. Una parte dei 200mila euro incassati per l’attività di intermediazione immobiliare, secondo le dichiarazioni del pentito Lorenzo Cimarosa, sarebbe stato destinato al mantenimento del boss Matteo Messina Denaro. Una borsa piena di soldi che Nicastri avrebbe consegnato a Michele Gucciardi. Poi la borsa sarebbe passata a Cimarosa, e da lui al nipote prediletto della primula rossa di Castelvetrano, Francesco Guttadauro, che l’avrebbe consegnata allo zio. 

Gucciardi, inoltre, avrebbe costretto Giuseppa Salvo a rinunciare ai diritti di reimpianto dei vigneti vantati sulla tenuta agricola per consentire agli imprenditori di San Giuseppe Jato di ottenere finanziamenti erogati dall’Unione europea per un ammontare di circa 600mila euro, in parte utilizzati per l’acquisto della tenuta stessa. Dalla speculazione immobiliare alla ristorazione, fino all’agricoltura. Uno dei progetti, infatti, prevedeva la realizzazione, attraverso la Agri Innovazioni di proprietà di Girolamo Scandariato, di una piantagione di alberi di paulownia. Salvatore Crimi, invece, attraverso la società Aerre di proprietà della moglie, ha invece investito nel campo della ristorazione aprendo il ristorante La Pergola nella frazione trapanese di Ummari.