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Il progetto Fassa Bortolo nella cava di calcare ad Agira
Sul tavolo di Musumeci dopo il no della Soprintendenza

Estrazione di calcare e realizzazione di uno stabilimento per la trasformazione del minerale: un investimento da 25 milioni di euro per cento posti di lavoro. Che però si è scontrato con il ritrovamento di importanti resti archeologici. Per l'ente che li tutela non si possono spostare. Ma prima dei ricorsi resta aperto uno spiraglio

Salvo Catalano

Foto di: Legambiente (archivio)

Foto di: Legambiente (archivio)

Prima di finire nella aule giudiziarie, la vicenda della cava di calcare che la multinazionale veneta Fassa Bortolo vorrebbe avviare ad Agira potrebbe riservare ancora sorprese. Si apre un periodo di incontri per arrivare a una soluzione che al momento sembra evaporata: dopo il parere negativo e vincolante della Soprintendenza ai Beni Culturali di Enna, il progetto appare infatti definitivamente tramontato. Niente estrazione di calcare, niente stabilimento per la trasformazione del minerale in prodotti industriali, niente posti di lavoro promessi (cento secondo le stime dell'azienda). Un investimento stimato in 25 milioni di euro. 

Resteranno al loro posto i reperti archeologici che costellano Monte Scalpello, perché da lì non si possono spostare, neanche di qualche centinaio di metri per musealizzarli in un apposita area, come proponeva Fassa Bortolo, a sue spese. Delocalizzandoli, è questa la tesi degli esperti di archeologia, quelle tracce di memoria sarebbero sminuite nel loro valore, venendo a mancare le relazioni stratigrafiche, spaziali e paesaggistiche che rendono quei reperti non semplici monumenti singoli, ma pezzi di ampi insediamenti. «Quello che è certo - spiegano dall'ufficio di gabinetto dell'assessore ai Beni culturali Vittorio Sgarbi - è che il parere della Soprintendenza è vincolante, la giunta regionale non può intervenire per una deroga, non in casi come questi in cui non si parla di un'opera di interesse pubblico, ma della proposta di un privato». Il governatore Nello Musumeci vuole personalmente provare a venire a capo del nodo, ma è molto probabile che il dossier venga aperto dopo le elezioni di domenica. 

Le prime ricerche di un sito idoneo da parte di Fassa Bortolo iniziano nel 2009. E interessano diverse aree della Sicilia: oltre a quella di Agira, poi ritenuta la migliore, l'attenzione ricade sul Ragusano e sul Palermitano. Serve un sito che abbia vicino disponibilità delle materie prime necessarie al ciclo produttivo: calcare, gesso e sabbie silicee; che sia collegato con la viabilità principale e che non disti troppo da Palermo e Catania, considerate le aree di maggiore interesse commerciale. L'area dove sorge la cava dismessa di Santa Nicolella, sul territorio del Comune ennese, inserita nel Piano regionale delle attività estrattive, viene individuata come la migliore.

Tra il 2013 e il luglio del 2017 Fassa Bortolo sottoscrive un preliminare di vendita dell'ex cava; compra un'area di 46mila metri quadri dove costruire lo stabilimento; realizza uno studio sulle caratteristiche geomorfologiche, dimensionali e qualitative del giacimento di calcare; ottiene dall'assessorato al Territorio e Ambiente la Valutazione di impatto ambientale. È ancora in corso l'iter per l'autorizzazione all'attività estrattiva. Nel corso del 2017, d'accordo con la Soprintendenza ai Beni culturali, l'azienda veneta porta avanti dei lavori di ricerca archeologica la cui relazione scientifica finale viene consegnata all'ente nel gennaio del 2018. La proposta di Fassa Bortolo è trasferire i reperti archeologici «in una grande area di almeno due ettari, destinata alla fruizione, conservazione e alla valorizzazione [...], nella quale il pubblico possa venire a conoscenza dell'antico passato del sito e allo stesso tempo immergersi nella realtà tecnologica, estrattiva e produttiva, che connota la nostra attività industriale». 

Secondo la società, lo spostamento «non rientra tra le decontestualizzazioni, è nostra intenzione - prosegue - ricreare le stesse caratteristiche topografiche in cui inserire le strutture rinvenute, con la tecnica della musealizzazione in situ. Dall'area che è stata individuata è impossibile accorgersi di qualsiasi attività produttiva, essendo circondata da una sezione di roccia che forma un teatro naturale, esso stesso degno di essere visitato, in cui potrebbe insistere un grande giardino, racchiuso tra muri a secco, composto da diverse soluzioni di orti domestici e specie autoctone. Facilmente accessibile dalla viabilità principale avrebbe un ingresso separato da quello del cantiere ed un'ampia area per il parcheggio». Contro il progetto si è schierata anche l'associazione Sicilia Antica che ricorda come l'area sia caratterizzata dai «resti di un villagio di epoca neolitica e di un abitato ellenizzato con relativa necropoli. E che siano stati trovati resti fossili di ittiosauri, rettili marini preistorici. Testimonianze, per loro natura, inamovibili». 

Il patron Paolo Fassa, ricordando di aver già investito due milioni di euro, ha annunciato che «l'azienda farà ricorso, purché - ha sottolineato - le risposte siano rapide, non possiamo attendere in questa incertezza». Nessuna ipotesi, almeno per il momento, di prendere in considerazione un'altra area della Sicilia per realizzare il progetto. 

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