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Indagine vigili del fuoco, nessun incendio su larga scala
Il gip: «Modi grossolani, no associazione a delinquere»

Valentina Frasca

Cronaca – Nelle carte dell'inchiesta che coinvolge 15 volontari di Ragusa, si descrivono gli episodi contestati, tutti di piccola entità: cassonetti, sterpaglie e canneti bruciati, falsi alberi divelti, inesistenti animali in strada. Ma solo il caposquadra arrestato avrebbe materialmente appiccato il fuoco

Come un’onda che cresce e acquisisce sempre più forza e altezza. Così negli ultimi due giorni è stata l’indignazione collettiva nei confronti dei 14 vigili del fuoco volontari e di quello arrestato, Davide Di Vitafiniti nella rete dell’operazione Efesto della squadra mobile di Ragusa. Da 24 ore non si parla d’altro, anche sulle reti nazionali, e persino la Bbc ha dedicato alla notizia l’emblematico titolo Sicily fire crew-caused fires for cash.

Una premessa, che non vuole sminuire le accuse ma fare chiarezza, è d'obbligo: nelle 32 pagine dell’ordinanza firmata dal gip del tribunale di Ragusa Andrea Reale, si scopre che gli indagati hanno incendiato canneti, rifiuti e sterpaglie, nulla a che vedere con le foto di incendi devastanti delle ultime settimane o con i titoli sensazionalistici che sono stati affiancati agli articoli. L’elenco delle malefatte - compiute per ottenere le erogazioni pubbliche che, senza interventi, non sarebbero state versate (dieci euro l’ora) - comincia alle 18 del 22 ottobre 2013 quando «un vigile del fuoco volontario non identificato telefonava al 115 e, senza farsi riconoscere dall’operatore, in quanto gli forniva il falso nome Bertolone, segnalava un incendio di sterpaglie in realtà non esistente».

Da quel momento, e fino al 12 gennaio 2016, è un susseguirsi di richieste di soccorso per i motivi più svariati: il 31 marzo 2014 fumo in un canneto a Punta Braccetto-Punta Secca, il 4 aprile albero sulla strada, l’8 aprile fumo sulla Marina di Ragusa-Santa Croce, il 24 aprile una tettoia per terra che stava andando in mezzo alla strada (4 ore e 46 minuti di intervento simulato). Passata tutta l’estate - quando il lavoro, quello vero, purtroppo non manca - si riprende il 6 novembre con due vitelli (inesistenti) sulla strada, il 26 novembre arriva una richiesta per intervento per recupero veicoli, del tutto falsa; il 4 dicembre un muro divelto intralciava il traffico, la vigilia di Natale rifiuti in fiamme, come anche il 5 e il 9 gennaio 2015. Il 17 gennaio intervento per fuoco (inventato) sulla Santa Croce-Comiso, quattro giorni dopo falsa fuga di gas, il 29 gennaio albero pericolante mentre il 6 febbraio a penzolare è un palo della Telecom a Passo Marinaro. 

Venti giorni dopo un signore non può entrare in casa perché un albero gli ostruisce l’ingresso e l’8 marzo ancora alberi pericolanti, in realtà inesistenti. Il 18 marzo si ricomincia con gli incendi (falsi) di immondizia e il 4 gennaio 2016 si alza il tiro: fiamme in un canneto a Punta Secca, che poi si è scoperto essere stato appiccato da Di Vita il quale, quattro giorni dopo, sale sul proprio furgone e torna nella frazione balneare. Pochi minuti dopo arriva la segnalazione di un incendio da parte dei carabinieri e gli uomini dell’incriminato turno D si recano sul posto per spegnerlo. Infine, il 12 gennaio 2016, Di Vita esce dal distaccamento in cui era in servizio e va ad appiccare un incendio ad un altro canneto sulla Santa Croce-Punta Secca che, pochi minuti dopo, verrà notato da un agente della polizia municipale.

I numeri dimostrano perché quel turno D fosse il più appetibile: dall’ottobre 2014 all’aprile 2015 il turno A ha effettuato 54 interventi, il turno B 55, il turno C 48 e il D spicca con i suoi 122 interventi. Davvero troppi per non destare qualche perplessità. Da qui la segnalazione al comando provinciale dei vigili del fuoco e l’avvio delle indagini della squadra mobile che hanno portato alle denunce e all’arresto di Di Vita il quale, nel luglio 2014, giorno in cui il personale si sarebbe dovuto recare a Modica per la riparazione di alcuni autoveicoli senza essere retribuito, ha affermato che avrebbe fatto scoppiare una bomba pur di ottenere il compenso previsto dalla legge.

Le manette sono scattate solo ai polsi di Di Vita per due ragioni essenziali: sarebbe l’unico ad aver materialmente appiccato gli incendi, reato del quale solo lui deve rispondere, e ad aver portato avanti il suo piano criminoso fino al gennaio 2016. Tutti gli altri si sono fermati prima, nel marzo 2015, e per nessuno ci sarebbe un reale pericolo di fuga. Di Vita, inoltre, è l’unico per il quale sussisterebbe un rischio di reiterazione dei reati.

Per il Gip, sebbene si tratti di un numero consistente di vigili del fuoco e gli interventi coprano un periodo molto lungo, non sussistono i presupposti per riconoscere l’associazione a delinquere (a differenza di quanto richiesto dalla Procura), in quanto tutti i reati sono stati commessi «con mezzi di facile reperibilità, con modalità talora grossolane, senza professionalità o organizzazione particolare. L’organizzazione dei mezzi, sotto il profilo criminale - si legge ancora - appare elementare e variabile di volta in volta e per quanto Di Vita spicchi per le capacità di organizzare e coinvolgere un numero congruo di colleghi nelle attività criminose, nessuno dei coindagati appare inserito in uno stabile sodalizio con precipua ripartizione di mansioni». Lunedì mattina, però, in conferenza stampa, la pubblico ministero Valentina Botti ha annunciato l’intenzione di impugnare il rigetto.