Zafferana Etnea, non gradivano concorrenza di un apicoltore In una notte causati 50mila euro di danni. Condannati in due

Per tanto tempo è stato un processo lumaca caratterizzato dai continui rinvii. Adesso c’è un primo giro di boa nella vicenda che ha avuto come vittima l’apicoltore di Zafferana Etnea Sebastiano Costa. La prima sezione penale del tribunale di Catania, presieduta dalla giudice monocratica Manuela Matta ha infatti condannato a cinque anni di reclusione e tremila euro di multa Lucio Patanè, da tutto conosciuto con l’appellativo di Nerone. Insieme a lui, tre anni di reclusione e duemila euro di multa, è stata ritenuta colpevole anche Ida Musumeci. La donna, secondo quanto ricostruito dai carabinieri di Giarre che si occuparono delle indagini, sarebbe stata la mandante di una spedizione punitiva, poi portata a termine da Patanè.  

Il fatto più grave risale a marzo 2015 quando venne presa a picconate la struttura dell’azienda Oro dell’Etna, che l’imprenditore Costa stava ristrutturando. Dietro l’episodio, secondo l’accusa, il fatto che Musumeci, all’epoca titolare di uno stand abusivo per la vendita del miele, non avrebbe gradito la presenza dell’apicoltore nei pressi della sua attività. Da qui la contestazione del reato di tentato estorsione e danneggiamento aggravato. Fondamentale nel percorso di denuncia e di affiancamento durante le udienze il ruolo dell’associazione antiracket Asaec Libero Grassi Catania presieduta da Nicola Grassi. «Con Costa abbiamo costruito insieme un percorso che è arrivato fino a oggi – commenta Grassi – La strada è stata difficile ma non ci siamo mai piegati alle intimidazioni, denunciando ogni atto che ha limitato la sua attività. Queste sentenze alimentano in noi la speranza che contro l’estorsione e l’odiosa piega del pizzo si può vincere». 

Le indagini, con danni alla struttura stimati in circa 50mila euro, vennero chiuse nel 2016 con Patanè che finì in manette perché sottoposto a misura cautelare. Bollato dalla giudice come un personaggio «con un non comune istinto alla devastazione eretta a sistema di vita». L’anno successivo l’apertura del dibattimento e l’inizio della lungaggini giudiziarie. Periodo coinciso con la scadenza dei termini di custodia cautelare che consentirono a Patanè il ritorno in libertà. Poco dopo i nuovi avvistamenti nei pressi dell’azienda di Costa. Particolare poi messo nero su bianco in un esposto presentato dall’imprenditore il 2 marzo 2019. La giudice ha stabilito un risarcimento nei confronti dell’imprenditore per una cifra di 55mila euro, tremila euro quelli riconosciuti ad Asaec Libero Grassi.


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