XY, storie di uomini e di paternità al Tmo  «Cos’è un padre che non è più un padre?»

«E se muoio io, lui come fa? E se muore lui, io come faccio?». A essere un padre non te lo insegna nessuno, mai. In nessuna circostanza. Lo sanno bene gli uomini interpretati da Emiliano Brioschi nei tre monologhi a firma di Renata Ciaravino, Giuseppe Massa e Cristian Ceresoli e che danno vita a XY, lo spettacolo in scena al Teatro Mediterraneo Occupato di Palermo. Ci sono voluti quasi due anni di gestazione prima che giungesse a una sua realizzazione definitiva. Due anni, fatti di tanti incontri, confronti, punti di vista che sviluppano nell’arco di un’ora e mezza tre umanità distinte, tutte e tre a tu per tu con la paternità, raccontata da un uomo ogni volta diverso e ogni volta colto in quell’istante in cui nessuno li guarda. Tranne quel pubblico che in silenzio gli siede di fronte.

«Ho fatto un figlio a 30 anni, ma volevo diventare un cantante». Buddy Love è il primo monologo. Ed è il nome del primo padre che incontriamo. Un padre che, però, prima di esserlo (forse suo malgrado), è un musicista, si esibisce nei pianobar. Sogna Mick Jagger e i Rolling Stones. Li sogna e li canta anche mentre sfreccia in autostrada a bordo della sua auto. Esce dai suoi sogni di musica e da tutto quello che avrebbe potuto essere ma che la paternità gli ha impedito solo quando gira la testa e getta un’occhiata sul sedile posteriore. Lì disteso, immobile e in silenzio per tutto quel viaggio di cui siamo spettatori silenziosi c’è suo figlio. Un viaggio che è un dialogo con se stesso, sulle occasioni mancate, sugli anni che se ne vanno dietro pannolini e pappette anziché dietro note e concerti. Un dialogo anche un po’ con chi sta seduto davanti a lui, e lo guarda, lo ascolta, questo padre. In una trama di descrizioni fitte e piene che sembrano metterti davanti a un libro. I frammenti del suo passato si intersecano fra le pieghe del presente, mentre l’auto continua a macinare chilometri. Ironia e amarezza sembrano essere la sua cifra descrittiva, tranne quando Buddy Love decide di sorprenderti con una tenerezza inaspettata verso quel figlio che sta seduto dietro e che ti spiazza come uno schiaffo che arriva all’improvviso. Ma sono solo attimi. Buddy Love è un uomo eternamente scisso tra il musicista che sarebbe potuto diventare e il padre che effettivamente è. In una continua alternanza di luci ora accese sugli strumenti accanto lui, ora invece spente. «Sono solo, sono libero. Sono solo, sono libero. Sono solo, sono libero». L’amore per un sogno può essere più grande di quello per un figlio? A restare soli con se stessi, a volte, sembra quasi di sì. «Dice che da grande vuole diventare come me».

C’è chi diventa padre senza aspettarselo, senza volerlo. C’è anche chi vuole esserlo con tutte le sue forze, ma non ci riesce, non può. Come Michele, vittima del suo essere un padre mancato. Vittima anche di quel senso di colpa alimentato da una moglie, Anna, che ha smesso da tempo di essere una compagna, una complice, la metà che lo completa. Un rapporto necrotizzato, il loro, dove a soccombere è lui, quasi inesistente nel secondo monologo, che porta il titolo di quella che figlia che non sarà mai, Valentina. Quasi, però. C’è senza parlare troppo. C’è, questo padre, in tutto il suo dramma, in tutta la sua frustrazione. Mentre a dettare il ritmo della scena è Anna, lo fa con quei gesti che compie con compulsione, con ossessione e che la bloccano per sempre in un tunnel dal quale non saprà più uscire. Lei parla, parla, parla. Lui no, lui niente. Divora un’arancia, con voracità mista a rassegnazione: è ricca di vitamina C, fondamentale per riuscire nell’intento di mettere al mondo una vita. Ma niente. «Colui che scaccia gli angeli più ribelli dal paradiso». È questo il significato del suo nome, Michele. Ma non può non chiedersi, adesso, «può uno che ha scacciato gli angeli più ribelli dal paradiso non essere capace di mettere incinta sua moglie?». Intanto, «Valentina non c’è e non ci sarà, è una mai nata». Rimane solo quel vuoto che non può essere colmato. E ai mancati genitori la scelta di provare a trasformarlo in qualcos’altro oppure no.

«C’è una parola per dire di una donna che non ha più un marito. C’è n’è un’altra per dire di un figlio che non ha più un genitore. Ma cos’è un padre che non è più un padre?». È un lutto destinato a non avere un termine, una risposta, a non avere pace. Un figlio che muore è un dolore inspiegabile, intraducibile. Un dolore che ti lacera, che ti trasforma. A volte semplicemente in un uomo diverso, altre in un mostro. Come il protagonista dell’ultimo monologo, La pratica del dolore, che racconta della forma di aborto in vita praticato da un padre che padre non è più e che, in virtù del suo ruolo di medico, si prende la libertà di ingannare le donne con diagnosi errate di gravidanze a rischio e feti già morti, interrompendole deliberatamente. «Tre. Ventuno. Trentatrè. Che cosa resta di queste settimane una volta estratte da un corpo di donna? Dove sono i resti di questo olocausto? E cosa resta invece di un padre?». Nessun processo potrà rendere giustizia né a lui e alle sue scelte, né a quelle madri private di figli sani e uccisi volontariamente dal dolore di un estraneo.

XY è uno spettacolo che ti arriva dritto allo stomaco e ti costringe a domande che prima non ti eri posto, che ti inchioda a vivere circostanze che lì, seduto in quel buio, sei costretto ad affrontare, almeno con te stesso. «E io? Cosa farei invece io?». Uno spettacolo che è molto più della sua trama, delle sue storie, delle sue recensioni. È una cosa viva che si consegna a ognuno per diventare un’esperienza personale e dolorosa. Qualcosa, insomma, che ti porti con te, fuori, anche quando le luci si sono riaccese da tempo. 


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