Vittoria, la città non si ferma per i funerali di Viola Tra chi ha lasciato le serre e chi vive con i debiti

«Il sindaco, proclamando il lutto cittadino, ha voluto dire a questa comunità “fermiamoci, è successo qualcosa di grave». Così padre Giovanni Giaquinta in un passaggio della sua omelia, questa mattina. Ma Vittoria non si è fermata, è questo il primo dato che salta agli occhi relativamente ai funerali di Giovanni Viola, il 30enne imprenditore agricolo morto suicida sabato. A partecipare alle esequie sono stati in tanti, ma chi mancava erano proprio gli agricoltori. «Ci dispiace moltissimo per questo ragazzo ma la campagna non ci aspetta, volenti o nolenti dobbiamo stare tra le serre», dichiara uno degli imprenditori della città ipparina.

Tra i motivi che hanno spinto Giovanni a togliersi la vita ci sarebbe stata l’eventualità di vendere l’azienda di famiglia e di cercare lavoro altrove. Nessuno ha il diritto di giudicare, perché nessuno può comprendere le ragioni di un gesto estremo di tale natura. Ciò che è certo è che Giovanni non è l’unica vittima della crisi che stritola Vittoria. La città delle primizie, decenni fa, ha guidato il cambiamento della fascia trasformata. Chilometri di terra e sabbia sono diventati aziende e quelle aziende hanno prodotto ricchezza. Poi la fine. La grande distribuzione, l’arrivo dei prodotti dall’estero, i costi di produzione alle stelle per mantenere la qualità, il crollo dei prezzi. La macelleria sociale ha fatto a pezzi solide imprese e grandi realtà associative, a centinaia hanno chiuso e hanno cambiato città e vita, o semplicemente lavoro, dopo avere scelto di restare.

Luca è uno di questi. A 40 anni passati, dopo 25 trascorsi in campagna, non è stato facile reinventarsi. Ma anche lui, a un certo punto, non ha visto alternative. Vivere o morire. E ha scelto di vivere, è salito su un camion e ha abbracciato il mondo dell’autotrasporto. «Non è il massimo, tutte quelle ore sulla strada, con il caldo e con il freddo – racconta -. La famiglia non la vedo quasi mai, ma che devo fare? Va bene così. In campagna futuro non ce n’è». La sua azienda resta nelle mani del padre e del fratello minore, ma la situazione è delicata. «Non si può programmare nulla – continua – perché non sai mai come andrà e quanto, alla fine dell’annata agraria, avrai guadagnato». Spesso quasi nulla, perché i costi di produzione si aggirano sulle dieci euro al metro quadrato e se ne recuperano solo tre-quattro.

«La soluzione c’è, nessuno si scoraggi, non abbiate timore. Vittoria non è una città in cui non si fa niente, c’è gente che lavora sul serio». Ha proseguito padre Giaquinta dal pulpito della piccola chiesa del Santissimo Rosario. La speranza, però, al momento non trova molto spazio nell’animo di chi ha sempre avuto nei campi il luogo da cui trarre il sostentamento. «Non ci fidiamo più di nessuno, nulla ha senso – commenta un secondo imprenditore -. Sono anni che denunciamo questa situazione, andiamo alle riunioni, protestiamo. Ora ci siamo rassegnati. Io, ad esempio, ho un problema con le banche. Mi vergogno a parlarne, non è bello. Se non lavorassi, lo potrei capire. Ma mi alzo alle cinque tutte le mattine, mi faccio in quattro per pagare i debiti, e altri modi di vivere non ne conosco, altri lavori non ne so fare e a rubare non ci voglio andare. Finché ce la faccio – prosegue – vado avanti e pago tutto, magari piano piano, a rate, poi si vedrà. Conosco molte persone che hanno la casa e le aziende a rischio, io almeno questo fino ad ora sono riuscito a evitarlo. Qua, a parte qualche azienda grossa, siamo tutti sulla stessa barca».

Chi sa come va oggi l’agricoltura, conosce bene le tante difficoltà degli imprenditori. «La plastica costa, le piantine costano, gli operai li dobbiamo pagare, il conferimento della plastica a fine annata costa – spiega un terzo produttore – e se non facciamo tutto perfettamente a norma di legge rischiamo di passare i guai. Ci sono molti controlli, e non dico che non sia giusto. Però nessuno ci difende quando, per esempio, ci rubano le piantine il giorno dopo averle interrate. Mi sarebbe piaciuto insegnare il mio lavoro a mio figlio, per lasciargli l’azienda in futuro. Ma – ammette – ho preferito mandarlo fuori a studiare, e ora che ha trovato un’occupazione e ha deciso di non tornare ne sono felice». L’assenza delle Istituzioni per molti è un ulteriore problema. «Se scampi alla virosi ti arriva la gelata, se ti salvi dalla gelata subentra la siccità, la tromba d’aria o l’alluvione. Ogni volta ci dicono che dichiarano lo stato di calamità, ma soldi non ne vediamo mai – attacca -. E se non ti capita niente di tutto questo, porti il prodotto raccolto al mercato e ti dicono che te lo pagano 40 centesimi».

L’impressione generale è che a parlare sia una generazione che sente di aver fallito. A un certo punto della storia, qualcosa nel meccanismo deve essersi inceppato e la fiorente Vittoria è diventata la cenerentola della Sicilia. Il sindaco Giovanni Moscato, alla fine della cerimonia funebre, ha gli occhi rossi e preferisce non rilasciare interviste. Al suo fianco c’è il primo cittadino di Santa Croce Camerina, Giovanni Barone. Hanno la fascia tricolore, sperano nella convocazione del presidente Musumeci in programma per venerdì a Palermo, in occasione della creazione del tavolo regionale anticrisi. Ma, forse, sono gli unici a credere ancora che servirà a qualcosa.


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