Vito Nicastri e lo «stipendio» all’architetto della Regione Con Arata tentavano di sfruttare le firmette dei dirigenti

Settembre 2018, Giacomo e Marcello parlano al telefono. Si conoscono bene, ma si danno del lei. A un certo punto, il primo lancia una provocazione: «Ma lei non guadagna lo stipendio? La pagano anche per fare questo». Per Vito Nicastri, non sono due persone qualunque: Giacomo – che per Paolo Arata sarà Giacomino – e «l’architetto» (davanti ai magistrati non c’è verso di ricordarne il nome) sarebbero stati tra le principali frecce da scoccare per ottenere il via libera alla nuova speculazione nel settore delle rinnovabili.

Dopo le pale eoliche, il biometano. A poco più di un anno dal patteggiamento scelto da Nicastri e dal figlio Manlio, l’inchiesta sul giro di corruzione che avrebbe visto protagonisti l’imprenditore alcamese e l’ex consulente della Lega si è riaccesa con l’arresto di Marcello Asciutto. Il 58enne funzionario del dipartimento all’Energia è accusato di essersi intascato una mazzetta da 30mila euro ai tempi in cui lavorava al Servizio 7 del dipartimento Acque e Rifiuti, quello che si occupa di autorizzare la costruzione degli impianti per il trattamento dei rifiuti. A dargli i soldi, da parte di Nicastri, sarebbe stato Giacomo Causarano, funzionario già arrestato un anno fa e attualmente sotto processo al tribunale di Palermo.

Per la Dia e la procura non ci sono dubbi: lo stipendio di cui parla Causarano è quello supplementare di cui Asciutto avrebbe beneficiato per la propria disponibilità a sistemare le carte della Solgesta, società che aveva in pancia due progetti per il biometano a Francofonte (Siracusa) e Calatafimi (Trapani). Nicastri – già condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa – dopo l’ultimo arresto si è mostrato disponibile a fare luce sul patto corruttivo alla Regione. Ai magistrati ha raccontato di avere dato, tra aprile e dicembre 2017, centomila euro a Causarano. Con la promessa di ripartirli con Alberto Tinnirello (dirigente, già a processo) e Marcello Asciutto. Si sarebbe trattato soltanto di un anticipo. Altri 400mila euro, una volta ottenute le autorizzazioni, sarebbero stati recapitati sfruttando un conto aperto in un istituto di credito a Malta.

Il piano, tuttavia, non va a buon fine. Nonostante ciò, però, in mano agli inquirenti ci sono una serie di elementi che rafforzano la tesi secondo cui Nicastri e Arata avrebbero potuto contare su una serie di appoggi all’interno della burocrazia regionale, con l’ambizione anche di avvicinare i vertici politici. Un passaggio fondamentale in questa storia si registra alla fine del 2017. In autunno, Solgesta riesce ad avere dagli uffici dove lavora Asciutto un parere favorevole all’impianto di biogas da costruire a Francofonte: i funzionari, in sostanza, specificano che il progetto non ha bisogno di ottenere la tradizionale autorizzazione integrata ambientale (Aia). Basta un semplice nulla osta, con alcune prescrizioni. Di quel documento, Asciutto è istruttore direttivo. Dieci giorni dopo, però, accade qualcosa: lo stesso ufficio revoca il parere, ammettendo un errore marchiano: la legge dice che non è possibile rilasciarne quando il progetto riguarda un impianto con una potenzialità superiore a cento tonnellate al giorno. E quello di Francofonte è tarato per riceverne 160. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, dietro al passo indietro ci sarebbe stato Causarano, il quale avrebbe ritenuto più solido ottenere un decreto Aia, anziché un semplice parere.

Passano i mesi ed è quasi Natale, quando davanti al dirigente generale Gaetano Valastro arriva una bozza di decreto a favore di Solgesta. Valastro, però, su quella sedia ha già deciso che ci rimarrà meno di due settimane. L’avvicendamento con Salvatore Cocina avviene con l’inizio del nuovo anno. Per gli imprenditori è una doccia fredda. «Non se la sente di firmare questi decreti straordinari prima di andarsene», dice Francesco Arata, il figlio di Paolo. «Gioia mia, non ho nulla in contrario perché è tutto a posto. Ma non ve lo firmo. Tanto domani me ne vado. Ve lo fate firmare da Cocina», sono le parole che avrebbe detto Valastro ad Arata junior, stando alla ricostruzione che Nicastri fa ai magistrati.

A rimanere sorpreso dell’addio di Valastro, che ritornerà all’Arpa, è anche Francesco Regina (non indagato). Cinquantaseienne, anche lui originario di Alcamo, Regina lavora all’Asp di Trapani ma soprattutto vanta un passato da deputato regionale. Due anni, durante il capitolo secondo dell’era Cuffaro. Per gli inquirenti, Regina si sarebbe impegnato a mettere in campo le proprie conoscenze alla Regione per smuovere le pratiche di Solgesta. L’ex deputato avrebbe avuto contezza del fatto che Nicastri pagava i funzionari. «Era a conoscenza», rivela l’imprenditore ai magistrati. Secondo i quali, Regina in cambio avrebbe avuto la promessa di una candidatura con la Lega per il tramite di Armando Siri, il senatore coinvolto in un altro filone dell’inchiesta.

I progetti di Nicastri e Arata si arenano definitivamente davanti ai dinieghi del nuovo dirigente generale del dipartimento Acque e Rifiuti. Cocina fa sapere che il decreto di Aia – riguardando anche un impianto di gassificazione – doveva essere preceduto da una verifica di assoggettabilità alla Via. Di bozze di decreti sul tavolo del dirigente ne arrivano tre per Francofonte e uno per Calatafimi. Nessuna ottiene il via libera. Tra le firme in calce ai documenti c’è anche quella di Antonino Rotella, il dirigente del Servizio 7 (oggi 8) che nei giorni scorsi, come rivelato da MeridioNews, ha presentato le proprie dimissioni.

Tra le pagine dell’ordinanza firmata dal gip Guglielmo Nicastro trova spazio indirettamente un richiamo alle «firmette», come le ha definite l’ex dirigente generale Sergio Gelardi nel corso dell’audizione in commissione Antimafia. Il vezzeggiativo, in questo caso, sta a spiegare la parziale inconsapevolezza dei vertici degli uffici davanti alle pratiche che, completato l’iter istruttorio, aspettano soltanto il via libera finale. Una situazione che si sarebbe verificata anche nel caso di Solgesta. Ascoltato dai magistrati, Calogero Gambino (non indagato), per un po’ alla guida del Servizio 7, «ha ammesso – scrive il gip – di non avere mai maturato alcuna specifica competenza professionale in materia di autorizzazioni integrate e ambientali» e per questo di fidarsi di Asciutto «ben più esperto e preparato».

Riceviamo e pubblichiamo da Calogero Gambino:
In chiusura dell’articolo, ho visto che a proposito delle “firmette” è riferito che lo scrivente, ascoltato dai magistrati, “per un po’ alla guida del Servizio 7 ha ammesso – scrive il gip – di non avere mai maturato alcuna specifica competenza professionale in materia di autorizzazioni integrate e ambientali” e per questo di fidarsi di Asciutto “ben più esperto e preparato”.
Sulla durata della mia permanenza al Servizio 7: io sono stato chiamato a reggere ad interim il servizio 7 per due mesi complessivi, di seguito, con due decreti del dirigente generale, sostituendo a mia volta un altro dirigente che, anch’egli, aveva retto ad interim lo stesso servizio. L’affidamento ad interim fu adottato dal dirigente generale pro tempore per dare continuità all’azione amministrativa dal momento che il dirigente del servizio titolare era stato interdetto perché coinvolto in un procedimento penale.
In merito all’apposizione della “firmetta” sul parere in questione, che poi ho ritirato in autotutela, rappresento che il parere era stato istruito dal funzionario incaricato a cui avevo affiancato l’Asciutto, che era ritenuta la persona di maggiore esperienza operante in quel momento nel Servizio 7. Il mio atto era fondato sul legittimo presupposto della fedeltà dei collaboratori, che al momento dei fatti erano ai miei occhi da considerare di specchiata onestà, e sulla mia inesperienza nel ramo del Testo Unico Ambientale inerente alle autorizzazioni, provenendo io dal settore bonifiche.
La buona prassi vorrebbe che la sostituzione di un dirigente avvenisse previo affiancamento di ragionevole durata e con un organico adeguato, sia numericamente che sotto il profilo professionale. Io, come chi mi ha preceduto, ho agito in un contesto emergenziale evitando il riesame di un parere già istruito che sarebbe stato visto, in quel momento, arbitrario e proceduralmente lungo.
Ritengo tutto ciò che ho fatto coerente con il dovere di ufficio per assicurare la continuità dell’azione amministrativa. Se avessi dovuto esercitare un’altra delle virtù che si è soliti attribuire alla dirigenza regionale, e spesso a torto, e cioè il non prendersi responsabilità per non sbagliare, avrei tergiversato per attendere il cambio.


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