Vigilia tra Mehringplatz e via Cordai

Un vento gelido sibila tra le strade deserte e imbiancate, dove pochi ancora si attardano. 

Nunzio osserva le stelle, mentre passeggia fischiettando, attento a non perdere l’equilibrio per ritrovarsi a terra, fradicio e con l’osso sacro in fiamme.

Ha appena finito il suo turno di lavoro, in quella pizzeria di amici che gli ha consigliato lo zio Tano, l’unico con cui ancora si sentiva telefonicamente.
 
Erano passati due anni da quando aveva lasciato la Sicilia, stanco dei rimproveri del padre, ossessionato dai sogni di mamma Lucia.

Mai come in questa sera, la vigilia di Natale, si era ritrovato a ripensare alla sua famiglia, alle strade di casa sua, la via Alogna, la via Cordai, la via della Concordia, così diverse dai lunghi e ampi viali di Berlino. Strade che tante volte aveva percorso con il motorino, facendo la gincana tra le auto, mentre adesso ne poteva fare a meno.

Questi ricordi lo accompagnarono lungo tutto il tragitto verso casa, stampandogli un sorriso nella faccia rossa per il freddo.

La gioia divenne ben presto tristezza quando, sotto la Colonna della Pace nella Mehringplatz, le parole di Kreuzberg dei Bloc Party, canzone dedicata proprio al quartiere in cui risiedeva, giunsero alle sue orecchie:
 

Saturday night in East Berlin
We took the U-Bahn to the East Side Gallery
I was sure I’d found love with this one lying with me
Crying again in the old bahnhof

I
I have decided
At twenty-five
That something must change
 
 

Si ritrovò velocemente sotto le coperte, ma il pensiero era troppo forte.

Non riusciva a chiudere occhio, ripensando a tutti i cenoni di Natale passati con parenti e amici, ormai pronti a festeggiarne un altro.

L’indomani a lui sarebbe toccato servire ai tavoli, come per tutte le ultime feste.

Rimase immobile ancora dieci, forse quindici minuti, poi d’istinto decise di tornare a casa. Raccolse quattro cose in una borsa e, con una corsa a perdifiato, raggiunse la stazione. Avrebbe preso il primo treno per Milano, e poi da lì giù in aereo verso Catania.

L’ultima conversazione con lo zio lo aveva convinto. La sua città, quella che aveva dovuto abbandonare tra il buio e la spazzatura, era cambiata. Lentamente stava risalendo la china, e tornava a splendere, forse come non mai.

Appena tornato avrebbe girato tutti i quartieri, ma adesso il suo unico pensiero era la casa di nonna Agata, che portava il nome della “santuzza” a lui tanto cara, dove tutti i piatti tipici erano ormai quasi pronti. Così come il vino di nonno Gino, che tante volte aveva rubato di nascosto, per ubriacarsi con gli amici.

In un attimo capì che non ne poteva più di crauti, würstel e birra, era stato in un luogo bellissimo, ma quella non era casa sua.

Un rumore sordo lo fece trasalire, era la sveglia delle sei. Catania era tutto un sogno.

Ma forse per il cenone non era troppo tardi.


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