Un giorno… forse

Il silenzio è un fatto innaturale. Non esiste. Anche ora, da solo in casa, nessuno a parlarmi, la televisione spenta, sento il frigo che si lamenta, una ventola rumorosamente cerca di raffreddare il mio portatile, delle dita scorrono su una tastiera a comporre parole mute sull’impossibilità del silenzio, almeno per quel che riguarda l’ambito del monolocale in cui vivo.

Il silenzio è un fatto innaturale, non esiste, eppure ha molta considerazione. Fa più rumore delle grida, degli urli, della confusione. Oppure semplicemente si grida così forte da non risultare udibili, e quindi da scivolare nello pseudosilenzio di cui sopra: l’unico esistente. E se io parlo non c’è nessuna garanzia che io possa venire ascoltato. Potrei esprimere le mie parole senza  dirle, non cambierebbe nulla, tanto non ci ascolta nessuno.

Il silenzio è un fatto innaturale, e molte cose naturali vengono confuse col silenzio, e si da credito a questa confusione. Si dice che non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, di chi costruisce il silenzio per potersi salvaguardare dal significato, da ciò che dà sostanza al significante che non viene mai ascoltato. E così accade tutti i giorni, il rumore di una folla è ridotto al silenzio dell’indifferenza. È un sottofondo che scegliamo di ignorare.

E ora siamo ridotti al silenzio, e finisce che non diciamo più niente, e facciamo in modo che la cosa più innaturale del mondo, diventi il nostro mondo. La nostra esistenza, la nostra impossibilità di esprimerci, di comunicare, di partecipare significativamente allo svolgimento dei nostri giorni.

Ma c’è una speranza in fondo a questo immane silenzio provocato, questo assordante vuoto di parole. Forse colui che ci ignora, colui che, unico avente diritto alla parola, parla sempre e a qualunque costo, in questo silenzio riesca infine a sentire ciò che lui stesso dice, e in una ultima definitiva smentita, si renda conto delle fantasmagoriche cazzate da lui instancabilmente proposte.


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