Filosofo raccoglie le utopie dei bambini italiani In Sicilia esperimento a Gela, Corleone e Favara

«Se venisse qualcuno dal mare, voi, nella vostra isola deserta, come reagireste?». È una delle domande, forse la più attuale, che il filosofo della politica Luca Mori ha posto a tre classi di bambini e bambine, di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, in un minitour siciliano che ha visto coinvolte le città di Corleone, Gela e Favara.

Gioco delle 100 utopie è il nome del progetto che Mori porta avanti dall’anno scorso in quello che egli stesso definisce «un viaggio in Italia alla ricerca delle utopie di bambine e bambini». Un progetto diventato reale grazie a una campagna di crowdfunding che, dopo i primi incontri occasionali concentrati in alcune scuole tra Toscana ed Emilia Romagna, ha l’obiettivo di raccogliere cinque utopie per ogni regione. Dunque cento in totale. L’esperienza siciliana ha suscitato, nelle scuole che hanno organizzato gli incontri, consensi ed entusiasmi. 

Viene naturale chiedersi innanzitutto se ci siano differenze tra le utopie di un bambino del Trentino e uno siciliano. O se nell’infanzia si riesce ancora a costruire utopie simili che poi si diversificano con l’adolescenza e l’età adulta? «Ci sono degli elementi ricorrenti – spiega Mori – sul piano del desiderio e su quello delle preoccupazioni. Al tempo stesso, però, già nell’infanzia i paesaggi di vita incidono sul modo in cui si percepiscono le possibilità, i vincoli, i rischi e gli elementi di disagio in contesti differenti. Mi ha colpito il fatto che le utopie più accoglienti nei confronti dello straniero e dello sconosciuto sono state immaginate proprio qui, tra Gela e Mazara del Vallo». 

Quello che propone Mori è un esperimento sociale, partendo da una delle fantasie più ricorrenti tra grandi e piccini: l’isola deserta, come i più piccoli immaginano la vita e la convivenza in un posto lontano da tutto e da tutti. Le utopie possibili nascono in cerchio e confrontando le diverse posizioni. Con spunti di riflessione a cascata. I bambini in Sicilia ad esempio hanno immaginato se stessi senza smartphone e cellulari, capovolgendo le categorizzazioni degli adulti che li vogliono nativi digitali. Hanno parlato di autodifesa e di autogoverno, di regole da rispettare e di partecipazione, di necessità delle armi o meno, di accoglienza e integrazione. Tutti aspetti che poi per molti di essi significano direttamente interazione (a Gela ad esempio hanno immaginato l’abbattimento delle barriere architettoniche per venire incontro a una compagnetta con la sedia a rotelle). 

E nelle loro fantasie non hanno mancato di rivolgere messaggi proprio a quegli adulti che credono sempre di averli compresi. «Quello sugli adulti (è il caso di ospitarli sull’utopia immaginata dai bambini oppure no?) è uno dei quesiti che fanno emergere più differenze tra le diverse età – annota ancora Mori -. Attorno alle terze classi della primaria, ad esempio, iniziano a comparire isole divise a metà, tra una parte degli adulti e una parte gestita autonomamente dai bambini. Nelle classi quinte spesso gli adulti vengono esclusi per una diffidenza di fondo nei loro confronti, o meglio nei confronti delle abitudini che rappresentano ed esprimono: si teme ad esempio che non riconoscano un ruolo ai bambini nella gestione dell’isola, che non li ascoltino, che inquinino l’ambiente e che saturino gli spazi di tutte quelle cose (anche brutte) che esistono nei paesaggi ordinari di vita (strade asfaltate, traffico, palazzi, industrie inquinanti e così via), pressati – conclude il filosofo – dalla preoccupazione del lavoro, del denaro e dell’avere sempre di più, dimenticandosi così di godersi il paesaggio e la vita».


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