Tributo a Bruno Lauzi

Nato ad Asmara nel lontano (ma non troppo) ‘37, e vissuto a Genova, Bruno Lauzi è uno di quegli autori il cui nome può essere legato, al pari di quelli di Gino Paoli e Luigi Tenco, alla cosiddetta “scuola genovese”; ciò fa di lui uno dei precursori della musica moderna italiana, nonché del cantautorato.

Proprio con Luigi Tenco (compagno di banco ai tempi del ginnasio) condivide la passione mai rinnegata per il jazz e fonda un gruppetto, noto (ai meno, in questo caso) col nome di Jelly Roll Morton Boys Jazz Band. Contemporaneamente i due collaborano a vari progetti paralleli sotto la guida di Gianfranco Reverberi e Giorgio Calabrese.

Nel ’56, durante la permanenza a Varese (e durante gli studi di legge, abbandonati a un passo, o meglio, due dal traguardo) viene a contatto con la produzione francese di Aznavour, Brassens e Brel e incide Il poeta, il brano che darà la svolta all’intera carriera di cantautore.

A qualche anno dopo risale La donna del sud, scritta in pieno boom economico, quando i treni che portavano Lauzi da Varese a Milano, erano colmi di famiglie emigranti giunte col miraggio di un lavoro.

I primi riconoscimenti, tuttavia, arriveranno solo con Ritornerai, scritta quando gli interessi del cantautore erano ormai proiettati sul solo versante artistico.

Inizia quindi a frequentare Jannacci, Cochi&Renato, Andreasi e Toffolo, lavorando al Derby di Milano (precursore dello Zelig, ndr).

Da questo momento in poi la sua fama di cantautore intraprenderà una parabola ascendente difficilmente descrivibile: conosce e diventa amico di Lucio Battisti, entrando anche a far parte della “Numero Uno”, casa discografica di quest’ultimo, e incidendo con questi pezzi memorabili quali E penso a te, L’aquila, e Amore caro, amore bello; vince vari premi della critica con Lo straniero (scritta per Moustaky), L’appuntamento (per Ornella Vanoni) e Piccolo uomo (per Mia Martini); inizia a collaborare con tutti gli artisti nazionali di prim’ordine e lancia Bennato e Vecchioni, fino ad allora ignoti al grande pubblico; è il primo ad ospitare Baglioni in tv e l’unico (con Mina) a fregiarsi della presenza di Battisti in un suo speciale televisivo; diventa amico di Paolo Conte e incide pezzi quali Genova per noi, Bartali, Angeli (con Lucio Dalla), Naviganti (con Ivano Fossati), oltre che brani per bambini come Johnny il Bassotto e La tartaruga (nati dalla collaborazione con Pino Caruso).

Last but not least, vince il premio della critica al Festival di Sanremo dell’89 con Almeno tu nell’universo.

La vita dell’autore subisce un’improvvisa accelerazione con la scoperta di essere affetto da Morbo di Parkinson: si insinua la consapevolezza che il tempo potrebbe venire a mancare da un giorno all’altro e che ad ogni dormita potrebbe non corrispondere un risveglio; si impegna attivamente per la raccolta di fondi per la ricerca scientifica sul male che lo affligge.

A meno di una settimana dalla scomparsa, noi preferiamo ricordarlo, oltre che per le sue canzoni, per la tenacia con cui ha affrontato l’ultima battaglia e per l’ironia con cui il male incurabile è stato affrontato e deriso:

 

Mi chiedono spesso come sto. Spesso rispondo: ” Bene, vengo mosso nelle foto”

                                                                          -Bruno Lauzi-

 

Mia suocera mi chiese come andava col “Pakistan” (lo chiamava così, il Parkinson) e io: “Bene mi metterò a suonare le maracas”.

                                                                          -Bruno Lauzi-

 

“Una volta si diceva: davanti a lui tremava tutta Roma. Oggi invece… davanti a Roma tremavo tutto io!”

                                                                          -Bruno Lauzi-


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