Sulle spalle di Colapesce

Una delle leggende più note della Sicilia è quella di “Colapesce”, novella del 1300 giunta a noi in tante versioni differenti ma sempre con lo stesso epilogo. Secondo Giuseppe Pitrè, esperto di folclore siciliano, ne esistono oltre quaranta versioni che l’hanno resa una delle storie «più conosciute, raccontata da secoli e secoli, e citata da scienziati e letterati, teologi e filosofi, storici e novellieri, prosatori e poeti…». Tra i filosofi che si sono interessati a Colapesce c’è Benedetto Croce, tra gli scrittori Italo Calvino e Stendhal. Renato Guttuso l’ha rappresentata sulla volta del Teatro Vittorio Emanuele II di Messina e il cantautore siciliano Otello Profazio ne ha fatto una canzone.

La storia è quella di Nicola, detto Cola, un giovane messinese, vera forza della natura, che viveva a Capo Peloro. Nicola, era un strepitoso nuotatore e riusciva ad immergersi per lungo tempo come fosse un pesce, tanto da guadagnarsi il nomignolo di Colapisci. Il giovane amava il mare e i pesci e per questo rigettava in acqua i pesci che il padre e i fratelli portavano a casa. Un giorno, Colapesce vide nel cesto che il padre aveva portato a casa una murena viva e la riportò in acqua facendo infuriare la madre che gli lanciò una maledizione: «Tuo padre e i tuoi fratelli faticano per prendere il pesce e tu lo ributti nel mare! Peccato mortale è questo, buttare via la roba del Signore. Se tu non ti ravvedi, possa anche tu diventare pesce». Da quel momento il ragazzo cominciò a cambiare, trascorreva sempre più tempo in mare ed era d’aiuto ai naviganti. La maledizione fu completa quando gli comparvero le squame e le sue mani divennero palmate.

Colapesce esplorò tutti i fondali marini viaggiando nello stomaco di pesci più grandi di lui. Quando tornava in superficie raccontava storie di strani pesci, di città sommerse e di tesori. Un giorno riportò a galla un carico di monete d’oro trovate in un vascello affondato. Cola divenne famoso, tanto da incuriosire l’imperatore Federico II che lo volle conoscere. Il re lo mise subito alla prova: prima buttò in mare una coppa d’oro che il giovane riportò a galla dopo pochi istanti, poi lanciò la sua preziosa corona e anche questa fu recuperata. Il sovrano era curioso di sapere quanto fosse profondo il mare di Messina e gli chiese di arrivare fino al fondale. Colapesce ubbidì e quando tornò in superficie raccontò cosa aveva visto. «Maestà, – disse – tre sono le colonne su cui poggia la nostra isola: due sono intatte e forti, l’altra è vacillante, perché il fuoco la consuma, tra Catania e Messina». Il re chiese allora che gli fosse portato un po’ di quel fuoco che ardeva sotto il mare e Colapesce, seppur titubante, decise di accontentarlo. «Se voi così volete, Maestà, – disse Cola – scenderò. Ma il cuore mi dice che non tornerò più su. Datemi una manciata di lenticchie. Se scampo, tornerò su io; ma se vedete venire a galla le lenticchie, è segno che io non torno più». Qualche giorno dopo videro affiorare le lenticchie, ma di Colapesce nemmeno l’ombra. In molti sostengono che non sia morto ma che abbia scelto di restare negli abissi per salvare la Sicilia. Colapesce, prima della sua ultima immersione, aveva raccontato che una delle tre colonne su cui poggia la isola a tre punte stava per crollare a causa del fuoco e della lava dell’Etna. Colapesce scelse di restare in fondo al mare per sostenere la Sicilia. Ogni tanto si stanca e sposta il peso da una spalla all’altra facendo tremare la terra. «Non si evocherà più ufficialmente il nome di Colapesce. Ma tutti i siciliani sanno e si trasmettono di generazione in generazione la loro verità. La Sicilia non è mai sprofondata perché un piccolo pescatore di Messina l’ha salvata, andando a sostituire il pilastro difettoso, da qualche parte sotto l’Etna».

Questa storia riprende e unisce elementi di diverse versioni, ma ce ne sono altre che differiscono da questa. Nella versione francese Re Ruggero prende il posto di Federico II inserendo la storia in un contesto più antico. Italo Calvino trascrive la leggenda raccontando di tre colonne che sorreggono Messina e non l’intera Sicilia. Ne esiste anche una versione in napoletano e una che vuole Colapesce nato a Catania. Una variante poco nota e forse legata ad una storia del settecento che racconta di un bravo tuffatore catanese, soprannominato Pipiridduni, che si vantava di essere diretto discendente di Colapesce. La città etnea ha voluto ricordare la storia del giovane che ha sacrificato la sua vita per la sopravvivenza dell’Isola con una statua in piazza della Repubblica e con una raffigurazione su uno dei lampioni di piazza Università. Infine, non manca una versione che ne presagisce il ritorno. Secondo questa Cola tornerà sulla terra quando nessun uomo soffrirà più per dolore o per castighi. Visti i tempi è improbabile che lo rivedremo presto.

Le altre storie di questa puntata sono quelle del primo sito web messo online nell’agosto del 1991 e del Soda Geyser, esplosioni di Coca cola e Mentos studiate anche da fisici e chimici. Per chiudere la vicenda di Sympathy for the Devil, canzone dei Rolling Stones, molto criticata e che valse loro la definizione di adoratori di Satana.

Appuntamento a stasera su Radio Zammù alle 20.


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