Le vite di quattro donne rivoluzionarie diventano uno spettacolo teatrale. «Serve più alleanza tra i sessi»

«Sono storie di donne che ho scelto di raccontare non in quanto donne ma perché, ciascuna a suo modo, hanno portato una rivoluzione». È così che Valeria Patera racconta a MeridioNews il format di teatro di narrazione che ha ideato e realizzato sulle storie di Quattro donne del mondo: Rita Levi Montalcini, Ada Lovelace, Johanna Bongervan Gogh e Ynès Mexia. «Alcune sono molto note, altre meno ma tutte e quattro hanno vissuti che è importante conoscere, specialmente in questo momento storico», aggiunge Patera che ha trasformato le loro biografie in uno spettacolo teatrale già portato in importanti teatri nazionali ed esteri e che oggi (sabato 2 dicembre) e domani (domenica 3 dicembre) andrà in scena al teatro Atlante di Palermo. «Sono storie che ci insegnano – aggiunge Patera – che all’origine delle più importanti scoperte e invenzioni c’è una visione coraggiosa. Storie di vite che ci ricordano che le grandi cose – sottolinea – possono emerge soltanto da una sorta di alleanza tra i sessi».

Vincitrice di un premio Nobel per la Medicina nel 1986 per avere individuato il fattore di crescita nervoso (Ngf), Rita Levi Montalcini «ha avuto alle spalle un padre patriarca ma che – racconta l’autrice – alle figlie non impose mai nulla. Lui, che era di famiglia ebraica laica, insegnò alle figlie a essere delle libere pensatrici». Così Levi Montalcini, ha trascorso vent’anni in America e si è dedicata a promuovere la scolarizzazione delle donne nei Paesi in via di sviluppo. Ancora la figura paterna è quella che, in qualche modo, ha segnato la rivoluzione di Ada Lovelace che, insieme al matematico Charles Babbage, progettò il progenitore del primo computer. «Nell’Inghilterra dell’epoca della prima rivoluzione industriale, mentre ancora si usavano le candele, lei pensò a una forma di intelligenza artificiale». Un’ispirazione che le venne dal padre: Lord Byron. Il poeta e politico britannico che «fece una famosa orazione alla camera dei Lord a favore dei luddisti che avevano distrutto i telai meccanici per protestare contro la perdita di manodopera. Proprio partendo da questo – ricostruisce Patera – ad Ada Lovelace venne in mente l’idea geniale e avveniristica di applicare lo stesso meccanismo a calcoli algebrici per creare il primo linguaggio di programmazione».

Il marito, il cognato e anche il padre sono le tre figure maschili accanto a Johanna Bonger – van Gogh. Moglie di Theo, è la cognata di Vincent van Gogh. Quando entrambi muoiono, insieme al suo bambino ancora piccolo, torna in Olanda, il suo Paese natale. «Lì, con il sostegno del padre che è un uomo liberale, aperto e illuminato, compra una vecchia locanda dove comincia a mettere in mostra i quadri di quello che, solo grazie a lei, diventerà il pittore più importante del neoimpressionismo». Sono gli anni in cui il cognome van Gogh non dice ancora nulla e la sua pittura viene anzi rifiutata e osteggiata: ci sono sette religiose che vogliono distruggere e bruciare le sue opere ricche di colori mai usati prima che, per loro, sono simbolo del demonio. «E c’erano addirittura dei quadri – aggiunge l’autrice dello spettacolo – che venivano usati come porte per i pollai. È lei, poi, che salva dalla distruzione anche valigette piene di lettere che si erano scambiati i due fratelli van Gogh».

Figlia di un diplomatico messicano, quella di Ynès Mexia, fino a 50 anni è una vita piuttosto piatta, quasi banale. Due matrimoni finiti (di cui il secondo non consumato) e un esaurimento nervoso. «Sarà questo, e anche il rapporto di sostegno che instaura con un medico – aggiunge Patera – a rivoluzionare radicalmente la sua esistenza». Da sempre amante della natura, alla fine del percorso terapeutico, decide di iscriversi alla facoltà di Botanica. Dopo la laurea, all’inizio del Novecento, parte per esplorazioni ed escursioni in posti sperduti. «Lunghi viaggi in canoa, percorsi in sella agli asini sulle Ande, poi Perù, Colombia, Bolivia, Alaska e Brasile – racconta l’autrice – Luoghi in cui fa incontri straordinari con i nativi e dove raccoglie oltre 200mila esemplari di piante sconosciute, tante delle quali oggi portano il suo nome (la mimosa è un esempio su tutti) che è quello di una delle più grandi botaniche del secolo».


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